Spesa alimentare on line, occhio alle truffe nel carrello

Per le festività aumenta ancora di più la spesa alimentare degli italiani, anche sui canali online. Ma la truffa è sempre in agguato: a mettere in allerta i consumatori è la Codiretti, che segnala come a fronte di un aumento record del 29,2% del commercio elettronico nel 2020, crescono in maniera vertiginosa anche le frodi. “Acquistando beni alimentari online il rischio maggiore è quello di incorrere in prodotti di bassa qualità o addirittura contraffatti, con rischi potenziali anche per la salute come dimostra il rapporto dell’Istituto per la tutela della qualità e repressione frodi (Icrqf) che nei quattro mesi della prima ondata dell’emergenza Covid ha effettuato ben 558 interventi per la rimozione di inserzioni irregolari di prodotti alimentari sui siti Alibaba, Amazon e Ebay nel periodo da febbraio a maggio 2020” spiega una nota della Coldiretti. “Tra i prodotti più taroccati c’è certamente l’olio di oliva extravergine che ha il 45% dei casi di irregolarità ma sotto attacco ci sono anche i formaggi più prestigiosi come Parmigiano Reggiano e il Gorgonzola, i salumi dalla Soppressata al Capocollo, dalla salsiccia alla pancetta di Calabria fino al prosciutto Toscano ed anche i vini a partire dal Prosecco (5%)”. Le contraffazioni riguardano anche i prodotti tutelati a livello comunitario come quelli biologici o a denominazione di origine Dop/Igp.

Made in Italy sì, purché sia vero

In questo momento storico gli italiani hanno più voglia che mai di supportare il Made in Italy, soprattutto per quanto concerne l’enogastronomia. “Con l’emergenza Covid più di 8 italiani su 10 (82%) cercano sugli scaffali dei supermercati e vogliono portare sulle tavole di casa i prodotti del vero Made in Italy per sostenere l’economia ed il lavoro degli italiani” ha detto il presidente della Coldiretti Ettore Prandini. Ecco perché è un imperativo avere tutti gli strumenti necessari per riconoscere e combattere il fake food.

I consigli per tenere alla larga le frodi on line

Per avere la sicurezza di acquistare online solo prodotti di qualità, a maggior ragione se italiani, ci sono delle semplici accortezze da seguire. Innanzitutto verificare l’identità del venditore on line privilegiando chi ha un legame diretto con la terra o appartiene a una rete strutturata di vendita diretta; fare attenzione a storpiature, anche minime, del nome del prodotto, che spesso rivelano che si tratta di imitazioni; verificare nelle immagini dei prodotti a denominazione di origine (Dop e Igp) che ci sia il logo che li contraddistingue; per i prodotti biologici, controllare che ci sia in etichetta il logo europeo corrispondente; leggere le etichette; diffidare di prezzi troppo bassi per prodotti agroalimentari di pregio.

Unicef, cosa pensano i ragazzi della scuola in Dad

Qualche difficoltà c’è, ma non è una situazione critica. Certo è che la didattica a distanza “stressa” , anche se lascia più spazio alla flessibilità di fruizione delle lezioni e degli eventuali corsi di recupero. Sono solo alcune delle opinioni espressi dai giovanissimi italiani coinvolti nel sondaggio dell’Unicef “The Future We Want”, che ha raccolto la voce di giovanissimi fra i 15 e i 19 anni di età. I risultati principali dicono che i ragazzi sono in generale soddisfatti della loro vita, preoccupati per il benessere economico e la salute, positivi sull’ambiente e sulle relazioni sociali. Dopo la recente pandemia gli adolescenti che vivono in Italia si dichiarano soddisfatti della vita in generale – (mediamente 6,5 su una scala da 1 a 10). Guardando alle diverse valutazioni, supera di poco il 6 il benessere economico mentre non raggiunge la sufficienza la valutazione sulla salute (5,9), sulla quale ha pesato la percezione di insicurezza e fragilità legata alla pandemia. Soddisfazione alta invece per l’ambiente, ma anche per i rapporti interpersonali coltivati all’interno della famiglia. E il rapporto con la scuola?

Il desiderio di essere più coinvolti

Anche se circa la metà dei ragazzi intervistati si dice soddisfatto dell’ambiente che la propria scuola è riuscita a creare durante il periodo dell’isolamento, molti vorrebbero essere più coinvolti nelle decisioni che riguardano il ritorno in aula. E, anche se non hanno problemi con gli strumenti digitali, 6 adolescenti su 10 trovano che la didattica online abbia aggiunto stress allo studio, e questo è vero soprattutto per le ragazze.

La scuola oltre la Dad L’esperienza della scuola a distanza ha portato anche esperienze e vissuti positivi, che i giovani vorrebbero ritrovare una volta rientrati in classe. Ad esempio, gli studenti hanno apprezzato la maggiore flessibilità degli orari e la partecipazione nella definizione del calendario con gli insegnanti (58%), seguita da classi di recupero per chi è in difficoltà (37%) e dall’utilizzo di materiale didattico online come integrazione ai testi. Solo un adolescente su quattro, però, vorrebbe continuare a mantenere alcune sessioni di didattica a distanza. Per aiutare gli studenti in difficoltà economiche, un adolescente su 3 vorrebbe più borse di studio e l’integrazione del bonus cultura, ad esempio con un’apertura alle attività socio-ricreative. Tra le iniziative extra-scolastiche, i ragazzi vorrebbero campi sportivi e laboratori artistici aperti a tutti. Probabilmente il periodo di lockdown ha avvicinato i giovanissimi a nuovi hobby e passioni, che vorrebbero portare avanti anche quando tutto sarà tornato alla normalità

Il Covid cambia il lavoro, ora sono 8 milioni i potenziali smart worker

Prima del Covid otto lavoratori su dieci prestavano servizio nei locali e negli uffici messi a disposizione dall’azienda o dall’ente, oppure da clienti e fornitori. Ma compariva anche una quota non trascurabile, circa il 7%, che non aveva un luogo fisso di lavoro, soprattutto gli stranieri e le persone con un titolo di studio più basso. Secondo un Report dell’Istat, messo a punto insieme all’ufficio statistico europeo Eurostat, nel 2019 lavorava da casa appena lo 0,8% del totale degli occupati. A conti fatti meno di 200 mila persone.

La pandemia ha cambiato le carte in tavola

Ai pochi che avevano la propria abitazione come postazione “principale” si affiancava un’altra quota, seppure residuale, di lavoratori per cui la casa era il piano B, o che comunque si erano trovati a sperimentare nel corso del 2019 un’attività da remoto. Ma sommando tutti non si supera il numero di 1,3 milioni.

La pandemia ha cambiato le carte in tavola, e le stime dell’Istituto indicano una platea di potenziali smart worker che può arrivare fino a 8,2 milioni. Un bacino massimo, ma che non si riduce poi di tanto, attestandosi a circa 7 milioni, pur volendo escludere la categoria degli insegnanti.

Gli effetti positivi del ricorso al lavoro agile durante l’emergenza

L’Istat osserva come il ricorso al lavoro agile durante l’emergenza non sia solo risultato “determinante per preservare i livelli occupazionali”, ma anche per “limitare la mobilità quotidiana, soprattutto nelle aree urbane”. Un fattore che l’Istituto invita a non sottovalutare è infatti quello del tempo risparmiato per gli spostamenti casa-lavoro e viceversa. “Far lavorare a distanza anche solo i lavoratori che svolgono un’attività telelavorabile e impiegano più di un’ora per recarsi al lavoro – sottolinea l’Istat – significherebbe diminuire di circa 800 mila ore il tempo speso negli spostamenti e l’inquinamento a esso associato per ogni giorno di smart working”.

Nel 2019 per oltre 7 lavoratori su 10 gli orari di inizio e fine attività erano rigidi

Tornando a come si presentava l’organizzazione del lavoro nel 2019, riporta Ansa, la rilevazione mette in luce come per più di 7 lavoratori su 10 gli orari di inizio e fine attività erano rigidi, specie per le donne, i giovani, e chi era sottoposto a contratti a termine: una percentuale più alta rispetto alla media Ue (61%). Sul fronte ‘disconnessione’, poi, il 54% degli intervistati nell’ambito dell’indagine ha dichiarato di non essere mai stato disturbato.

Insomma prima del Coronavirus esistevano confini tra il lavoro e tutto il resto. Il lockdown ha rivoluzionato questa geografia, e ora probabilmente si dovranno ricomporre i pezzi. 

Bonus prima casa, l’emergenza Covid proroga i termini

Fino alla fine del 2020 le agevolazioni fiscali in caso di cambio immobile rientrano nella sospensione degli adempimenti disposta dalla normativa sull’emergenza Covid. Buone notizie quindi per chi ha acquistato una prima casa e non vuole perdere il bonus: sono stati prorogati i termini per il riacquisto di una “seconda prima casa” entro un anno dalla vendita dell’immobile che ha fruito delle condizioni agevolate. In pratica, se la prima casa viene ceduta nei primi cinque anni dalla data di acquisto scatta la decadenza dai benefici, a meno che non si ricompri, appunto entro un anno dalla rivendita, un’altro immobile, purché anch’esso dotato dei requisiti prima casa. Lo ha chiarito l’Agenzia delle Entrate, stabilendo che la sospensione consente di posticipare la vendita del precedente immobile, o il riacquisto del successivo, al 2021 senza perdere le agevolazioni.

Le agevolazioni per l’acquisto

L’acquisto della prima casa, da destinare ad abitazione principale, gode di particolari agevolazioni dal punto di vista fiscale, riporta Adnkronos. Grazie all’abbattimento delle imposte si ottiene infatti un bonus di importo notevole, che consente di risparmiare migliaia di euro. Per chi acquista da un privato o da un’impresa in esenzione Iva, l’imposta di registro è stabilita al 2% (anziché all’ordinario 9%) e le imposte ipotecarie e catastali sono fissate a 50 euro ciascuna anziché proporzionali al valore. Se invece si acquista da un costruttore l’Iva è del 4% invece del normale 10% e le imposte di registro e ipocatastali sono pari a 200 euro ciascuna.

I requisiti per avere il bonus

L’immobile non deve essere di lusso e deve trovarsi nel Comune dove l’acquirente ha già la propria residenza, oppure la fisserà entro i 18 mesi successivi all’acquisto. Inoltre, l’acquirente non deve possedere altri immobili in Italia per i quali ha già ottenuto in passato le agevolazioni prima casa.

Ma esiste una possibilità per eludere questa condizione: le agevolazioni sono nuovamente ammesse quando si vende la prima casa che ne aveva già beneficiato entro il termine di un anno dall’avvenuto acquisto della nuova. Vale sempre il requisito della fissazione della propria residenza in questa nuova abitazione.

La decadenza dalle agevolazioni

Una volta ottenute le agevolazioni, se i requisiti vengono meno l’Agenzia delle Entrate constaterà la decadenza dai benefici ottenuti e recupererà le imposte dovute applicando una sanzione pari al 30% sulla differenza tra quanto pagato con le agevolazioni e quanto calcolato in base al regime di tassazione ordinario sulle compravendite immobiliari. C’è poi il caso di chi acquista un nuovo immobile adibito a sua nuova prima casa senza vendere entro un anno quello precedente che aveva già beneficiato delle agevolazioni: anche per lui scatterà la decadenza. Ed è proprio questo il caso su cui incide la nuova normativa emergenziale, oggetto dei chiarimenti forniti dall’Agenzia delle Entrate. Con il Decreto Liquidità i termini sono stati sospesi nel periodo compreso tra il 23 febbraio 2020 e il 31 dicembre 2020. Durante questo periodo, pertanto, essi non decorrono e riprenderanno a partire dal 1° gennaio 2021.

Millennial e Generazione Z: ansia per il proprio futuro, ma voglia di migliorare il mondo

Tanta ansia, ma anche il desiderio di contribuire a realizzare un mondo migliore, con particolare riferimento al climate change. I giovani italiani hanno, come tutti, sofferto degli effetti della pandemia e del lockdown, accumulando stress e preoccupazioni soprattutto in merito alla salute, al lavoro e al Pianeta. Il Millennial Survey di Deloitte Global ha studiato le opinioni di oltre 20mila persone nate tra 1981 e 1996 (i cosiddetti Millennial) e quelle del 1997-2012 (la Gen Z) a gennaio e poi di nuovo ad aprile, dopo lo scoppio della pandemia di Covid. E i cambiamenti nelle risposte, a così pochi mesi di distanza, sono davvero significativi.

Sale il tasso di ansia

La quota di preoccupazione è salita nella seconda rilevazione rispetto alla prima. Ad aprile i Millennial e i Gen Z italiani che si dichiarano ansiosi o in preda allo stress sono aumentati rispettivamente dal 45% al 47% e dal 45% al 48% rispetto a gennaio, quando il Coronavirus pareva ancora un problema che riguardava solo la Cina. Tra le preoccupazioni, cresce l’importanza attribuita alla prevenzione sanitaria e al tema della disoccupazione (dal 31% di gennaio al 37% di aprile), ma restano una priorità anche i cambiamenti climatici, con un lieve calo di interesse (35% ad aprile vs 43% a gennaio). Nelle interviste effettuate prima dell’emergenza sanitaria, infatti, oltre la metà dei giovani coinvolti aveva dichiarato che fosse troppo tardi per rimediare ai danni causati dal climate change. Ad aprile, invece, questa percentuale è scesa, probabilmente perché gli intervistati hanno riscontrato quanti effetti positivi abbia avuto la riduzione delle attività produttive sull’ambiente. L’80% degli intervistati, comunque, crede che governi e imprese debbano mettere in campo sforzi maggiori per salvaguardare l’ambiente e l’84% continuerà ad adottare comportamenti green. Due intervistati su tre ritengono che, nella crisi da Coronavirus, la lotta ai cambiamenti climatici sarà una questione meno prioritaria per governi e imprese. Ancora, tre ragazzi su quattro si dicono più attenti al prossimo, e si dicono motivati a voler esercitare un impatto positivo sulla società.

I cambiamenti a livello personale

La pandemia ha avuto un riverbero anche sulle preoccupazioni riferite alla propria sfera personale. Spaventa soprattutto il lavoro: le opportunità professionali, inizialmente indicate dal 47% del campione, scendono al 45%, mentre sale l’ansia legata alle prospettive finanziarie a lungo termine (dal 41% al 47%) e la preoccupazione per la propria salute, sia mentale sia fisica (dal 33% al 39%). Il benessere della propria famiglia si conferma al secondo posto, con gli stessi valori. Infine, oltre il 60% dei rispondenti vorrebbe continuare a lavorare da remoto e si augura che lo smart working possa divenire una prassi normale.

Scoperte 47 app malevole su Google Play Store

I ricercatori di Avast hanno scoperto una massiccia campagna di HiddenAds, ovvero di pubblicità indesiderata, nascosta in ben 47 applicazioni presenti su Google Play Store, il noto  servizio di distribuzione digitale gestito e sviluppato da Google. Queste applicazioni, che vengono nascoste dietro giochi popolari, sono state scaricate per un totale di 15 milioni di volte. Lo ha comunicato Avast, la società specializzata nella sicurezza informatica, sottolineando che “la campagna usa una famiglia di trojan camuffata dietro popolari giochi online, che in realtà servono solo a visualizzare annunci indesiderati”.

Rubare le informazioni personali e geolocalizzare l’utente stesso

Una volta scaricata l’app, spiegano i ricercatori di Avast, “viene avviato un timer che autorizza l’utente a giocare per un determinato periodo di tempo, finito il quale l’app inizia a mostrare annunci pubblicitari indesiderati, riuscendo anche a rubare le informazioni personali, geolocalizzare l’utente stesso e altro ancora”. Il rilevamento iniziale da parte dei ricercatori di Avast, riporta Askanews, è stato fatto grazie alla comparazione di questa campagna con una precedente dello stesso tipo, sempre presente sul Play Store.

Le app riescono a nascondere la propria icona sul dispositivo

Dopo un’ulteriore analisi tramite apklab.io, la piattaforma mobile per individuare le minacce Android progettata da Avast, i ricercatori sono stati quindi in grado di identificare una più ampia campagna che coinvolge 47 applicazioni. È stato possibile confermare “che si tratta di un’unica campagna di HiddenAds grazie alle recensioni negative sul Play Store – dicono gli esperti di Avast – che confermano che queste app interrompono l’esperienza dell’utente. Riescono inoltre a nascondere la propria icona sul dispositivo e consentono la visualizzazione di annunci esterni”.

L’app può essere disinstallata, ma richiede all’utente di cercare l’origine degli annunci

Un altro fattore identificativo della campagna malevola “è che lo sviluppatore ha sul proprio profilo ufficiale una sola app e un indirizzo email generico. Allo stesso modo, i termini di servizio sono identici tra le app rilevate, probabilmente indicando una campagna organizzata da un unico sviluppatore”. Una volta scoperta, l’app può essere disinstallata “tramite le funzionalità di gestione del dispositivo, ma richiede all’utente di cercare l’origine degli annunci”, spiegano ancora i ricercatori. Per evitare di scaricare applicazioni dannose da Play Store, occorre controllare attentamente le autorizzazioni richieste prima dell’installazione, leggere l’informativa sulla privacy, i termini e le condizioni, verificare le recensioni degli utenti, e scaricare un antivirus sul proprio dispositivo mobile.

Ad aprile vendite al dettaglio in calo. Cresce ancora l’e-commerce

Dai dati stimati dall’Istat emerge che ad aprile rispetto a marzo le vendite al dettaglio subiscono una diminuzione del 10,5% in valore e dell’11,4% in volume.

Come per il mese precedente, a determinare il forte calo sono le vendite dei beni non alimentari, che diminuiscono del 24,0% in valore e del 24,5% in volume, mentre quelle dei beni alimentari aumentano in valore (+0,6%) e sono in diminuzione in volume (-0,4%). Su base tendenziale, invece, nel mese si registra una diminuzione delle vendite del 26,3% in valore e del 28,1% in volume. Se ad aprile si osserva un’ulteriore diminuzione congiunturale delle vendite di beni non alimentari (-24,0%) dovuta alla chiusura di molte attività a causa dell’emergenza sanitaria, il commercio elettronico è l’unica forma di vendita in crescita, che mostra un’accelerazione

anche nel trimestre febbraio-aprile, che fa segnare un aumento del +27,1%.

Calzature, articoli in cuoio e da viaggio scendono del 90,6%

E sono ancora le vendite dei beni non alimentari, evidenzia l’istituto di statistica, a calare sensibilmente (-52,2% in valore e -52,5% in volume), mentre crescono quelle dei beni alimentari (+6,1% in valore e +2,9% in volume). Più in dettaglio, si registrano variazioni tendenziali negative per tutti i gruppi di prodotti. Le diminuzioni maggiori riguardano però calzature, articoli in cuoio e da viaggio (-90,6%), mobili, articoli tessili e arredamento (-83,6%), abbigliamento e pellicceria (-83,4%) e giochi, giocattoli, sport e campeggio (-82,5%), mentre il calo minore si registra per i prodotti farmaceutici (-3,5%).

Diminuzione anche a livello trimestrale

Rispetto ad aprile 2019, il valore delle vendite al dettaglio diminuisce del 16,4% per la grande distribuzione e del 37,1% per le imprese operanti su piccole superfici, e le vendite al di fuori dei negozi calano del 45,2%.

Nel trimestre febbraio-aprile 2020, continua l’istituto di statistica, le vendite al dettaglio registrano un calo del 15,8% in valore e del 16,6% in volume rispetto al trimestre precedente. Diminuiscono le vendite dei beni non alimentari (-29,9% in valore e -30,1% in volume), mentre le vendite dei beni alimentari mostrano variazioni positive (rispettivamente +3,1% in valore e +2,4% in volume), riporta Adnkronos.

Su base annua crescono la Gdo e i piccoli esercizi

Su base annua però le vendite del comparto alimentare crescono sia nella grande distribuzione (+6,9%), sia nelle imprese operanti su piccole superfici (+11,2%), mentre le vendite dei beni non alimentari diminuiscono in misura consistente (rispettivamente -62,2% e -51,5%). Nella grande distribuzione cresce il divario tra gli esercizi specializzati (-76,8%), maggiormente colpiti dalla chiusura imposta dalle misure di isolamento, e gli esercizi non specializzati (-1,5%), rimasti per lo più aperti.

Il lockdown dimezza i consumi ad aprile (-47,6%) e a maggio fa crollare il Pil

Una domanda quasi azzerata nei settori del turismo, ristorazione, automotive e intrattenimento. Questi gli effetti del lockdown sull’economia italiana in soli due mesi, e il peso della burocrazia e l’incognita sui provvedimenti governativi alimentano l’incertezza.  Con l’inizio della Fase 2, dal 18 maggio hanno potuto riaprire circa 800 mila imprese, ma il blocco completo di aprile ha determinato conseguenze che il sistema economico italiano non ha mai sperimentato dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Secondo Confcommercio, dopo la flessione del 30,1% del mese di marzo ad aprile 2020 i consumi sono crollati del 47,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Pochissimi i segmenti che sono riusciti a registrare un segno positivo, tra questi l’alimentazione domestica, le comunicazioni e l’energia. Ma per molti altri, soprattutto quelli legati alle attività complementari alla fruizione del tempo libero, la domanda è stata praticamente nulla.

La ripartenza si presenta ancora densa di difficoltà

Sembrano cifre quasi inverosimili, ma che testimoniano gli effetti derivanti dalla sospensione, non solo di gran parte delle attività produttive, ma anche di quelle sociali e relazionali dirette. E la ripartenza, iniziata già dopo Pasqua e in via di rafforzamento nella prima settimana di maggio, come risulta dai consumi giornalieri di energia elettrica e dalle percorrenze dei veicoli leggeri, si presenta ancora densa di difficoltà. La questione più grave è la concentrazione delle perdite su pochi importanti settori, come il turismo e l’intrattenimento, quelli più soggetti a forme di distanziamento e rigidi protocolli di sicurezza, ma anche la mobilità e l’abbigliamento.

Pil a -16% rispetto al 2019

Pertanto, lamenta Confcommercio, la fine del lockdown non sarà uguale per tutti. Ma soprattutto, dopo la riapertura si avvertiranno anche dolorosi effetti su reddito e ricchezza, che presumibilmente si protrarranno ben oltre l’anno in corso. Anche per queste ragioni, segnala Confcommercio, il rimbalzo congiunturale del 10,5% del Pil, stimato per il mese di maggio, appare modesto se confrontato alle cadute di marzo e aprile, e nel confronto annuo, la riduzione è ancora del 16%.

Una realtà fragile e profondamente deteriorata

Secondo l’associazione non basteranno, quindi, gli ulteriori recuperi di attività attesi da giugno in poi per cambiare significativamente la rappresentazione statistica di una realtà fragile e profondamente deteriorata.

Una realtà in cui l’eccesso di burocrazia, male endemico di cui soffre il nostro Paese, ha presentato il suo conto anche durante la pandemia, e nella quale anche l’efficacia dei provvedimenti messi in cantiere dalle autorità nazionali e internazionali rimane un’ulteriore incognita.

Coronavirus, troppa informazione nuoce all’informazione

Oltre alla salute, un altro rischio del Covid-19 è quello legato al sovraccarico di informazioni, il cosiddetto effetto Tmi (Too much information, troppa informazione). Da un rapido esame delle prime pagine dei giornali alle notizie messe in risalto da ogni canale di news,, dai social media, o dai trending topics di Twitter, risulta evidente che la crisi sanitaria attuale sia stata accompagnata da un’inarrestabile marea di informazioni. Tutto, e tutti, ormai parlano di Coronovirus. L’effetto Tmi rischia quindi di diventare un pericoloso eccesso di informazioni, un fenomeno studiato per oltre vent’anni dal Professor David Bawden e dalla Dottoressa Lyn Robinson del Dipartimento di Information Science della City University of London.

Sempre più difficile distinguere fra notizie utili e affidabili e quelle che non lo sono

Il sovraccarico di notizie si verifica quando arrivano troppe informazioni rilevanti, e più in particolare quando esse ci giungono attraverso la lente “uniformante” del browser. Il che rende difficile distinguere le informazioni utili e affidabili da quelle che non lo sono. Questo sovraccarico, inoltre, ci fa sentire sopraffatti e impotenti, causando ansia, stanchezza e immobilismo.

Effetti abbastanza gravi in qualsiasi momento, ma assai pericolosi durante una pandemia, riporta Askanews.

La sindrome always-on è spesso associata al Tmi

Le notifiche push, in particolare sui dispositivi mobili, hanno aumentato la percezione del sovraccarico di informazioni che vengono costantemente imposte all’utente senza bisogno che questi effettui una ricerca.

All’ubiquità dei dispositivi mobili, poi, si è aggiunta la sindrome always-on (sempre connesso), che viene spesso associata al sovraccarico di informazioni.

Il Professor Bawden e la Dottoressa Robinson ritengono però, che in reazione, le persone cerchino, a modo loro, di semplificarsi la vita optando per il sensazionale o addirittura evitando di informarsi del tutto. Pur sapendo che ci si dovrebbe informare presso fonti affidabili, come il Servizio Sanitario Nazionale o il Ministero della Salute, spesso infatti risulta più facile affidarsi alle “bolle” dei social media.

La pericolosa tendenza a individuare il bizzarro e sensazionale Peggio ancora, di fronte a un flusso di informazioni apparentemente infinito, si tende a individuare il bizzarro e sensazionale. Ad esempio, leggere che il coronavirus è stato creato in laboratorio come uno strumento per dominare il mondo, ma che può essere sconfitto bevendo acqua calda, è in un certo senso più attraente che concentrarsi sulle raccomandazioni del Governo di rimanere a casa e di lavarsi regolarmente le mani per evitare il contagio

Nel 2019 continua la corsa al lavoro a tempo indeterminato

In un anno sono quadruplicati gli avviamenti dei contratti a tempo indeterminato. Aumentano i contratti ai lavoratori sotto i 30 anni, e cresce il numero di quelli alle donne, soprattutto over 50, mentre diminuiscono sensibilmente gli avviamenti per gli uomini over 50. È questo il quadro sul mercato del lavoro che emerge dal Report 2019 di Umana, l’agenzia per il lavoro italiana, che ha confrontato i dati del 2019 con quelli dell’anno precedente, rapportandoli anche con quelli generali del quinquennio 2015-19.

Una tendenza di crescita già in corso e registrata da tempo

Dai dati del Report 2019 emerge l’aumento dei contratti a tempo indeterminato (o staff leasing), per i quali il 2019 registra un significativo +408% sul 2018. Analizzando i dati riferiti all’ultimo triennio sui tempi indeterminati emerge inoltre che circa il 47,5% sono riferiti ad under 30, il 41,2% nella fascia media di età , e l’11,3% riguardano gli over 50. Se sul piano formale questi numeri devono necessariamente essere letti anche attraverso la lente del cosiddetto decreto Dignità del 2018, che ha impresso una spinta a questo strumento, nella sostanza avallano una tendenza di crescita già in corso e registrata da tempo.

Under 30, +1,74% per gli avviamenti al lavoro

L’evidenza riguarda soprattutto il trend positivo (+1,74%) degli avviamenti al lavoro dei dipendenti under 30, il 47,05% di tutti gli avviamenti operati da Umana nel 2019. Ed è proprio sulla fascia under 30 che Umana ha curato la sperimentazione e il consolidamento delle competenze, delle capacità di prestazione lavorativa, delle modalità di relazione nel mondo del lavoro, utili nel percorso graduale verso l’acquisizione dell’identità di lavoratore adulto.

Tra gli under 30 avviati al lavoro nel 2019, oltre al dato del 18,34% di 25-29enni e del 24,38% di 20-24enni, spicca poi il 4,33% dei giovanissimi, con meno di 20 anni. Una percentuale che ha registrato una crescita significativa negli ultimi anni grazie alla collaborazione con le scuole di secondo grado del territorio nazionale, i progetti di Alternanza scuola-lavoro, e soprattutto l’impegno sul fronte degli Its, gli Istituti tecnici superiori.

Avviamenti donne over 50 +3,4% rispetto agli uomini

Un altro dato significativo riguarda l’aumento degli avviamenti al lavoro delle donne, passato dal rapporto 1 a 3 donna/uomo a metà anni ’10 all’attuale rapporto di circa 1 a 2. Sebbene l’aumento del numero di donne su base annua riferito a tutte le fasce di età sia dello 0,53%, incide in modo preponderante quello nella fascia donne over 50. Gli avviamenti di donne over 50 hanno infatti superato per il 3,4% quelli degli uomini appartenenti alla stessa fascia demografica. L’aumento degli avviamenti delle donne over 50, però, è anche un riflesso della crescita dei servizi alle persone e alle famiglie. In tali servizi è infatti impiegato oltre il 10% di tutta popolazione femminile ultracinquantenne avviata alle attività di qualificazione professionale.

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