La sfida dell’innovazione tecnologica si gioca sulle competenze dei manager

Per vincere la sfida dell’innovazione tecnologica il mondo del lavoro deve investire in qualità, formazione e capacità trasversali. Solo così si può affrontare l’avanzata delle nuove tecnologie. “Bisogna puntare su competenze qualificate e su manager capaci di governare l’innovazione”, spiega Stefano Cuzzilla, presidente di Federmanager.

Purtroppo, però, da quanto emerge da un’analisi condotta dalla stessa Federmanager in base a dati Inps, i dati non sono incoraggianti: tra il 2011 e il 2017 le imprese industriali con almeno un dirigente in organico sono diminuite del 16%, passando dalle 18.724 unità del 2011 alle 15.742 del 2017.

“Manca ancora un vero piano sul Lavoro 4.0”

Il problema, secondo Cuzzila, è che “manca ancora un vero piano sul Lavoro 4.0”. Un intervento che avrebbe dovuto partire contemporaneamente all’investimento nei macchinari, che se ha avuto effetti propulsivi sull’industria, “oggi serve la spinta giusta per favorire l’ingresso in azienda delle figure capaci di gestire le macchine”, sottolinea Cuzzilla.

Il prossimo esecutivo, quindi, deve assolutamente trovare “le risorse per colmare il gap di professionalità con alta qualifica, investendo in formazione e nella valorizzazione delle competenze manageriali – aggiunge il presidente di Federmanager -. Altrimenti, finiremo confinati in un equilibrio basso, che fa a pugni con la nostra vocazione di grande Paese industriale”.

Il numero dei manager segna un -9,5%

Tornando ai dati nel periodo considerato, riporta Ansa, il numero dei manager si è contratto segnando un -9,5%. Il trend negativo è principalmente concentrato nelle piccole e piccolissime imprese, che o hanno chiuso o hanno perso managerialità, e soprattutto nel Sud Italia, dove i dirigenti in meno rispetto al 2011 sono 1.022.

Se le Pmi rinunciano a dotarsi di competenze manageriali, “non solo perderanno competitività, ma rischieranno di scomparire rapidamente in un mercato fortemente selettivo”, aggiunge Cuzzilla.

Situazione diversa per le aziende che contano tra 11 e i 50 manager, che in 7 anni è più che raddoppiato, e in quelle di grandi dimensioni (+ di 50 manager), dove è incrementato di quasi il 50%.

Il ruolo dei dirigenti è in evoluzione

In questi anni sta cambiando anche il ruolo dei dirigenti all’interno delle imprese. I dati dell’Organizzazione evidenziano infatti che, soprattutto nelle realtà di dimensioni medio-grandi, il manager è chiamato a maggiori responsabilità, con competenze sempre meno tecniche e specialistiche, e sempre più trasversali.

Inoltre, nell’era della quarta rivoluzione industriale la competizione globale non si gioca più né tra singole imprese né tra singoli Stati, ma fra territori interconnessi. “Stiamo disegnando una nuova geografia produttiva di cui l’Europa rappresenta una pedina irrinunciabile”, commenta Cuzzilla.

E le realtà che secondo Federmanager andrebbero maggiormente valorizzate ci sono i fondi interprofessionali e il ricorso alle politiche attive del lavoro, in un’ottica che prevenga, e non segua, la fuoriuscita dal mercato del lavoro.

Pulire la casa è sempre più green

Il carrello della spesa degli italiani per la cura della casa è sempre più green. A rivelarlo è la terza edizione dell’Osservatorio Immagino, che dedica un approfondimento al mondo ecosostenibile dei prodotti per le pulizie domestiche. Dai detergenti per bucato, stoviglie e superfici a quelli per la cura di tessuti e accessori fino ai deodoranti per l’ambiente, sono sempre di più i prodotti che sulle confezioni riportano almeno una caratteristica ecologica, come ‘senza nichel’, ‘senza fosfati’, ‘vegetale’, ‘meno plastica’ o ‘biodegradabile’.

 

I prodotti ecosostenibili per le pulizie domestiche incidono per il 5,5% sul giro d’affari del settore

Quello dei prodotti ecosostenibili per la cura e la pulizia domestiche è un universo in espansione. Che, come rivela l’analisi condotta dall’Osservatorio Immagino su oltre 7.900 prodotti venduti in super e ipermercati di tutta Italia, si compone di oltre 500 tra detergenti e detersivi sulle cui etichette compare almeno un claim ecologico, riferisce Adnkronos.

Oggi, complessivamente, questi prodotti incidono per il 5,5% sul giro d’affari totale del settore, e ne rappresentano il segmento più dinamico: nel corso del 2017 le vendite sono salite dell’8,8% a valore. Una performance nettamente migliore rispetto al -0,8% espresso dal settore della ‘cura casa’ nella sua totalità.

Il claim ecologico più diffuso è l’indicazione ‘vegetale’ sulla confezione

L’Osservatorio Immagino segnala che tra i sette claim ecologici che compaiono sulle etichette dei prodotti green quello più diffuso è l’indicazione ‘vegetale’, che connota quasi il 3% dei prodotti monitorati. I prodotti e gli strumenti per la detergenza presentati come ‘vegetali’ hanno chiuso l’anno scorso con un tasso di crescita del 17,2%, mettendo a segno una progressione particolarmente significativa in detergenza bucato, stoviglie e superfici.

Secondo claim per diffusione, ma primo per giro d’affari, è ‘biodegradabile’, riferito alla composizione del packaging e/o a quella dei prodotti.

Per i prodotti con più di tre eco-claim il trend di vendite è pari al 60,3%

In molti casi sulle confezioni si trovano più claim contemporaneamente: un mix che giova alle vendite, visto che il trend di crescita si muove in parallelo all’aumento delle caratteristiche green comunicate on pack. Per i prodotti con più di tre claim il trend di vendite infatti è pari al 60,3%.

Il record di aumento delle vendite spetta però ai prodotti con l’indicazione ‘meno plastica’, che hanno chiuso lo scorso anno con un +28,1% a valore, e che sfiorano l’1% del giro d’affari complessivo di questo segmento di mercato.

Doxa indaga su Smart Working, Welfare Aziendale e Change Management

In occasione del recente evento Smart & Well press il Palazzo delle Stelline di Milano, Doxa ha presentato i risultati dell’indagine su Smart Working, Welfare Aziendale e Change Management. E scopre che 9 aziende su 10 prevedono iniziative a favore del benessere dei propri dipendenti. A dirlo non sono le aziende, ma impiegati, quadri e dirigenti che confermano la presenza in azienda di strutture e facility, come bar, cucina/mensa, aree relax/svago, asilo nido, biblioteca/sala lettura e persino palestra. Ma anche iniziative extra lavorative, assistenza ai familiari e servizi per i figli.

Per le aziende il well-being dei propri dipendenti è una priorità

“È evidente che qualcosa sta cambiando – spiega Massimo Sumberesi, BU Director Doxa e responsabile della ricerca Smart & Well -. Per un numero crescente di aziende il well-being dei propri dipendenti è diventato una priorità, non solo perché è cosa buona e giusta, ma perché ne derivano ricadute tangibili per lo sviluppo del business”.

La flessibilità desta entusiasmi, ma anche qualche preoccupazione

La flessibilità, intesa come possibilità di lavorare per obiettivi, lavorare da casa, oppure optare per la prima scrivania libera che si trova in ufficio, desta entusiasmi, ma ancora qualche preoccupazione. L’indagine Doxa ha individuato 4 cluster attitudinali rispetto a flessibilità, lavoro agile e smart office. Sebbene ci sia ancora una quota di dubbiosi (47%) e di resistenti al cambiamento tout court (13%), aumentano i white collar che sposano le nuove forme organizzative e un diverso modo di lavorare, suddivisi tra favorevoli (21%), e decisamente convinti (19%). Insomma, le novità piacciono in teoria, ma forse esiste ancora qualche dubbio sulla reale applicabilità.

Un focus sul presente del lavoro in Italia

Qual è l’attuale condizione dei lavoratori italiani in termini di trasferimenti casa-lavoro, orari e tempi di lavoro, postazioni, dotazione tecnologica e organizzazione stessa del lavoro? L’indagine Smart & Well di Doxa mostra che per gli spostamenti nell’81% dei casi si utilizzano mezzi privati, che solo il 13% del campione lavora part time e tra chi lavora a tempo pieno quasi il 40% si ferma regolarmente in ufficio oltre 8 ore.

Per 1 intervistato su 3, poi, portarsi del lavoro a casa non è affatto un tabù. Inoltre, se oggi si lavora all’interno di open space piuttosto che in uffici singoli, si tende a lavorare ancora poco in team: il 54% dichiara di svolgere le proprie mansioni da solo. Si condividono gli spazi, quindi, ma a quanto pare non basta per incentivare la collaborazione.

Le regole di contanti e assegni: il decalogo dell’Abi

“Un’iniziativa di informazione che si coniuga con l’esigenza di una maggiore tutela e sicurezza a vantaggio di tutti i cittadini”: con questa parole l’Abi, Associazione bancaria italiana, presenta la sua campagna informativa per ricordare le principali regole di utilizzo del contante, degli assegni e dei libretti al portatore contenute nelle normative antiriciclaggio e aggiornate con le recenti misure europee recepite l’anno scorso. Per facilitare le operazioni bancarie a cittadini e imprese, l’Abi ha realizzato un vero e proprio decalogo dei dieci aspetti assolutamente da sapere, riportato da Askanews.

3.000 euro il limite del contante

E’ vietato il trasferimento tra privati, senza avvalersi dei soggetti autorizzati (ad esempio banche), di denaro contante e di titoli al portatore (ad esempio assegni senza indicazione del beneficiario) di importo complessivamente pari o superiore a 3.000 euro.

Clausola non trasferibile

Gli assegni bancari, circolari o postali di importo pari o superiore a 1.000 euro devono riportare – oltre a data e luogo di emissione, importo e firma – l’indicazione del beneficiario e la clausola “non trasferibile”. Occorre prestare particolare attenzione se si utilizza un modulo di assegno ritirato in banca da molto tempo. Se la dicitura non è presente sull’assegno, bisogna ricordarsi di apporla per importi pari o superiori a 1.000 euro.

Assegni con clausola prestampata

Le banche, alla luce delle disposizioni di legge, consegnano automaticamente alla clientela assegni con la dicitura prestampata di non trasferibilità.

Per assegni in forma libera serve la richiesta

Chi vuole utilizzare assegni in forma libera, per importi inferiori a 1.000 euro, può farlo presentando una richiesta scritta alla propria banca.

E il bollo da 1,50 euro

Per ogni assegno rilasciato o emesso in forma libera e cioè senza la dicitura “non trasferibile” è previsto dalla legge il pagamento a carico del richiedente l’assegno di un’imposta di bollo di 1,50 euro che la banca versa allo Stato.

Conti e libretti anonimi: vietati

E’ vietata l’apertura di conti o libretti di risparmio in forma anonima o con intestazione fittizia ed è anche vietato il loro utilizzo anche laddove aperti in uno Stato estero. I libretti di deposito, bancari e postali, possono essere emessi solo in forma nominativa.

A fine 2018 basta libretti al portatore

Per chi detiene ancora libretti al portatore è prevista una finestra di tempo per l’estinzione, con scadenza il 31 dicembre 2018, resta comunque vietato il loro trasferimento;

Sanzioni fino a 50mila euro per contanti e assegni

In caso di violazioni per la soglia dei contanti e degli assegni (come la mancata indicazione della clausola “Non trasferibile”) la sanzione varia da 3.000 a 50.000 euro.

E fino a 500 euro per i libretti al portatore

Per il trasferimento dei libretti al portatore la sanzione può variare da 250 a 500 euro. La stessa sanzione si applica nel caso di mancata estinzione dei libretti al portatore esistenti entro il termine del 31 dicembre 2018.

Super sanzione per i conti anonimi

Per l’utilizzo, in qualunque forma, di conti o libretti anonimi o con intestazione fittizia la sanzione è in percentuale e varia dal 10 al 40% del saldo.

Bollette a 28 giorni, ecco a quanto ammonterebbero i rimborsi

 

Dopo le polemiche e le norme, arrivano anche i conti. A farli è SosTariffe.it, che ha stabilito quanto potrebbero dover pagare gli operatori delle telecomunicazioni ai nuovi clienti del 2017 dopo la decisione Agcom che impone ai provider di rimborsare quanto chiesto in più per la fatturazione a 28 giorni. L’importo calcolato è di oltre 1.160.000 euro, mica bruscolini. Secondo l’indagine condotta dal portale di comparazione, ogni utente ha pagato in 2,09 euro al mese – ovvero circa 26,45 euro in un anno – in più. Pertanto il rimborso che si potrebbe ottenere, dati alla mano, è di circa 19 euro a utente.

Cosa dice la delibera Agcom

La delibera Agcom (n. 498/17/CONS) afferma che gli operatori sono tenuti a “stornare gli importi corrispondenti al corrispettivo per il numero di giorni che, a partire dal 23 giugno 2017, non sono stati fruiti dagli utenti in termini di erogazione del servizio a causa del disallineamento fra ciclo di fatturazione quadri-settimanale e ciclo di fatturazione mensile”. La data fissata al 23 giugno si deve al fatto che la precedente delibera Agcom aveva imposto che il ritorno ai 30 giorni dovesse concludersi entro tale data. “Tuttavia nessuno dei provider interessati si è adeguato nei tempi richiesti, ecco perché la decisione di imporre lo storno di quanto fatturato in più ai clienti a partire da tale data”.

Un’analisi a 360 gradi

Il portale ha pertanto stimato il possibile rimborso ottenibile dagli utenti interessati, rimborso che andrebbe effettuato con uno storno direttamente in fattura. “L’analisi ha riguardato le offerte attivabili nel 2017 ed il rimborso è stato calcolato tenendo conto solo dei nuovi utenti, che hanno sottoscritto un nuovo contratto per la linea fissa con Internet nel 2017. Secondo questi calcoli ogni utente potrebbe ricevere in media un rimborso di 18,83 euro una tantum per il periodo tra giugno 2017 e aprile 2018 (scadenza massima entro la quale i provider dovrebbero adeguarsi a questa normativa)”, riporta il sito.

Quanto hanno guadagnato i provider? E quanto dovrebbero pagare?

Con la fatturazione ogni 28 giorni, in media gli utenti che hanno attivato un’offerta Adsl o Fibra hanno speso ogni mese 2,09 euro in più. Una mossa che avrebbe portato nelle casse dei provider, informa il portale di comparazioni, circa 130.000 euro al mese. A livello annuale, questo introiti toccherebbe la cifra di più di 1.640.000 euro. Se i fornitori di servizi si dovessero trovare nella condizione di rimborsare gli utenti, potrebbero dover sborsare 1.168.345 euro soltanto per quanto riguarda i nuovi contratti attivati nel 2017. Adesso bisognerà aspettare l’esito del ricorso al Tar presentato dalle compagnie telefoniche. Se andasse male per gli operatori, saranno resi noti anche i termini e le modalità per ottenere i rimborsi.

Parrucchieri, in Italia 6 su 10 chiudono. La colpa? Soprattutto dell’abusivismo

E chi l’avrebbe mai detto? In un mercato del lavoro sempre più asfittico e difficile, a un occhio poco attento il settore dei parrucchieri sembrerebbe esente dalla crisi. Eppure, non è così. Anzi. Solo un esercizio su 10 in Italia ottiene buoni margini e “vive bene”, tre negozi tirano a campare e addirittura sei parrucchieri su 10 si vedono costretti a chiudere.

Parrucchieri e barbieri, quando non basta un taglio

Sono 102.841 le imprese italiane di parrucchieri e barbieri registrate a fine novembre 2017 contro 102.509 del 2016 (+0,3%) e 103.092 del 2012 (0,2%). Le cifre del comparto sono emerse da uno studio dell’osservatorio degli ‘Imprenditori della Bellezza’ presentato da CNA Confederazione Nazionale Artigiani. I dati, elaborati dalla Camera di commercio di Milano sui dati nazionali del registro imprese al terzo trimestre 2017, rivelano una situazione di forte stagnazione, con punte negative in Liguria (-1,5% rispetto al 2016) e Campania (-1,4%) e aspetti invece positivi in Lazio (+2,5%) e Trentino Alto Adige (+1,6%).

L’abusivismo dilagante il vero problema

“Ciò che non emerge dai numeri, ma che ha un peso determinante sulla crescita del settore è il dilagare dell’abusivismo. Si conta che ci sia almeno un operatore abusivo per ogni acconciatore regolare. Considerando che i passaggi annui medi in salone sono passati dai 10 del 2007 ai 5 del 2016, la situazione degli acconciatori irregolari aggrava una situazione già di per sé difficile. CNA è in prima linea con azioni e proposte per arginare il fenomeno e rispondere alle mutazioni di mercato, tra il cosiddetto ‘affitto di poltrona’ ovvero la possibilità di collaborazione tra imprese nello stesso locale. Stiamo inoltre chiedendo un’aliquota IVA agevolata al 10 %. In Europa già esiste questa previsione: in alcuni Paesi come Francia, Spagna e Olanda questo ha creato fatturato ed occupazione ed emersione del sommerso” spiega Antonio Stocchi, Presidente Nazionale CNA Benessere e Sanità.

Vincono specializzazione e imprenditorialità

Tuttavia, gli imprenditori di successo anche in questo settore così messo a dura prova non mancano di certo. Le chiavi per emergere, e per far fruttare la propria attività, sono sempre le stesse, anche nell’apparente mondo dorato dell’hair styling. Le direttrici per vincere la competizione sono alta specializzazione da un lato, ovvero la capacità di creare un proprio stile creativo e una propria firma, e lo sviluppo imprenditoriale dall’altro. Insomma, anche tra shampoo, tagli, colorazioni, barba e messa in piega, chi si ferma è perduto.

Italiani, popolo di longevi: lo dice l’ultimo rapporto Istat

Lunga vita agli italiani. In base agli ultimi dati resi noti recentemente dall’Istat, chi ha avuto la fortuna di nascere nel Belpaese ha anche ottime chance di condurre un’esistenza che supera gli ottant’anni.

“Per il totale dei residenti la speranza di vita alla nascita si attesta a 82,8 anni (+0,4 sul 2015, +0,2 sul 2014) mentre nei confronti del 2013 si allunga di oltre 7 mesi”: ecco il commento dell’Istituto di Statistica in merito all’indicatore di mortalità della popolazione residente nel 2016.

Le donne si confermano le più longeve

Come di consueto, la speranza di vita alla nascita risulta più elevata per le donne, 85 anni. Tuttavia la differenza tra aspettativa di longevità tra signore e signori non è così elevata: il vantaggio nei confronti degli uomini, 80,6 anni, si attesta a 4,5 anni di vita in più. La speranza di vita spiega ancora l’Istat, aumenta in ogni classe di età. A 65 anni arriva a 20,7 anni per il totale dei residenti, allungandosi di cinque mesi rispetto a quella registrata nel 2013. “Nelle condizioni date per il 2016, questo significa che un uomo di 65 anni può oltrepassare la soglia degli 84 anni mentre una donna di pari età può arrivare a superare il traguardo delle 87 candeline” spiega l’Istituto di Statistica.

Cambiano i rischi e le prospettive

“L’aumento della speranza di vita nel 2016 rispetto al 2015 si deve principalmente alla positiva congiuntura della mortalità alle età successive ai 60 anni. Il solo abbassamento dei rischi di morte tra gli 80 e gli 89 anni di vita spiega il 37% del guadagno di sopravvivenza maschile e il 44% di quello femminile” spiega il rapporto Istat. Rispetto a 40 anni fa, recita la nota, la probabilità di morire nel primo anno di vita si è abbattuta di oltre sette volte, mentre quella di morire a 65 anni di età si è più che dimezzata. Un neonato del 1976 aveva una probabilità del 90% di essere ancora in vita all’età di 50 anni, se maschio, e a quella di 59 anni, se femmina. Quaranta anni più tardi, un neonato del 2016 può confidare di sopravvivere con un 90% di possibilità fino all’età di 64 anni, se maschio, e fino a quella di 70, se femmina.

L’aspettativa di vita è più alta al Nord-evest

Sebbene nel 2016 si assottiglino le differenze territoriali in merito alle possibilità di sopravvivere a lungo, i valori massimi di speranza di vita si hanno nel Nord-est, dove gli uomini possono contare su 81 anni di vita media e le donne su 85,6. Quelli minimi, invece, si ritrovano nel Mezzogiorno con 79,9 anni per gli uomini e 84,3 per le donne.

L’Italia punta alle energie rinnovabili: possibile traguardo per il 2050?

Italia 100% green in poco più di 30 anni? Pare essere un traguardo raggiungibile. In base a uno studio condotto da super ricercatori delle Università di Stanford, Berkeley, Berlino e Aarhus, pubblicato su una prestigiosa rivista scientifica, per il nostro paese si tratta di un obiettivo possibile entro il 2050. Lo conferma anche l’Anev, l’Associazione Nazionale Energia del Vento che riunisce 70 aziende che operano nel settore eolico, come riporta l’agenzia di stampa Ansa. Superfluo sottolineare i benefici a livello economico, ambientale e di salute dei cittadini che un simile scenario comporterebbe.

139 Paesi analizzati

La ricerca effettuata dalle quattro prestigiose università analizza i possibili scenari relativi al sistema energetico di 139 Paesi sulla base della domanda dei settori trasporti, riscaldamento/raffrescamento, industria, agricoltura, foreste e pesca. La conclusione è positiva e per certi versi inaspettata: la possibilità che le energie siano tutte rinnovabili “Wws” (wind, water and sunlight) si può raggiungere già nel 2030 con una percentuale dell’80%, che diventerà del 100% nel 2050.

Italia, i costi scenderebbero

Per quanto riguarda l’Italia, gli analisti prevedono un carico di domanda complessivo al 2050 di 240,5 GW nello scenario “Business as usual” (Bau) di cui 33,3% dal settore trasporti, 25,8% dal residenziale, 25,7% dall’industria, 13,5% dal terziario e 1,7% da agricoltura e pesca. Se fosse invece raggiunto il Wws (wind, water and sunlight) , il carico non supererebbe i 134,9 GW (-43,9% rispetto al Bau), con residenziale al 32,3%, industria al 25,5%, trasporti al 20,4%, terziario al 19,2% e agricoltura e pesca al 2,5%). In questo contesto, si avrebbero decisi vantaggi a livello economico: il costo dell’energia potrebbe scendere da 9,68 cent di dollaro/kWh nel 2013 a 7,66 cent di dollaro/kWh nel Wws. Tradotto in cifre, l’ipotesi Wws significa un isparmio procapite di 382 dollari all’anno, che sale a 7.733 dollari all’anno considerando anche i minori costi climatici (-3.870 dollari/anno) e sanitari legati all’inquinamento (-3.481 dollari/anno).

Popolazione più sana e più posti di lavoro

Se l’Italia diventasse “tutta rinnovabile”, avverte la ricerca, si potrebbero evitare al 2050 fino a 46.543 morti premature all’anno per inquinamento (scenario medio 20.577 decessi evitati) e creare 485.857 nuovi posti di lavoro, considerando anche quelli eventualmente persi nel settore fossili. A livello globale, lo scenario Wws al 2050 creerebbe 24,3 milioni di posti di lavoro in più e soprattutto si tradurrebbe in un risparmio di vite di 3,5 milioni di persone. Senza contare il risparmio sui costi dell’inquinamento, valutabili in 22.800 miliardi di dollari all’anno, e climatici per 28.500 miliardi di dollari annui.

Asciugamani elettrici? Il leader è Mediclinics

Uno dei luoghi in cui sono più alte le possibilità di entrare in contatto con microbi e batteri vari, sono i servizi igienici dei bagni pubblici. Sia che si tratti della toilette di un centro commerciale, ristorante, stazione ferroviaria o aeroporto, la zona dei servizi igienici è spesso un pericoloso contenitore di agenti patogeni che possono essere causa di fastidiose infezioni. Questo è proprio il motivo per cui l’utenza evita, nei limiti del possibile, di utilizzare i bagni pubblici se non in situazioni di emergenza.

Chi gestisce uno qualsiasi di questi spazi ha tutto l’interesse a fare in modo che il pubblico possa trovarsi a suo agio e che la permanenza all’interno della struttura possa essere il più piacevole e rilassante possibile. Tra gli elementi maggiormente in grado di veicolare microbi e batteri ci sono panni e fazzoletti messi a disposizione degli utenti per asciugare le mani dopo averle lavate. Questi sgraditi ospiti si annidano infatti soprattutto qui e proliferano, trasferendosi facilmente sulle mani. Ecco perchè ristoranti, palestre, hotel ed altri luoghi ed esercizi commerciali stanno ormai, da diversi anni, abbandonando la carta per offrire ai propri utenti sistemi di asciugatura elettrica.

Sul mercato, di conseguenza, sono letteralmente proliferate aziende che commercializzano asciugamani elettrici, ma non solo: l’attenzione del mercato è cambiata, ed anche i maggiori siti di e-commerce propongono oggi prodotti più o meno efficienti a prezzi anche irrisori. Non è tra queste Mediclinics: possiamo sicuramente afferamre che l’asciugamani elettrico Mediclinics, qualsiasi sia la categoria di riferimento, è un dispositivo di ultima generazione che asciuga perfettamente le mani con il suo potente getto. Con i modelli più potenti, infatti, sono sufficienti 8/10 secondi per una completa asciugatura delle mani.

Oggi il sito web di Mediclinics affronta con molta serietà l’argomento, mostrando al visitatore una vasta scelta di prodotti che non si limitano ai soli asciugameni elettrici, ma comprendono anche hotellerie, asciugacapelli e dispenser per il bagno. Caratteristica della multinazionale spagnola è quella di realizzare i propri articoli interamente in Europa, garantendo quindi la più totale sicurezza, dal momento che vengono progettati per adempiere ai più rigorosi standard di sicurezza previsti dalla normativa vigente.

Per fare una casa ci vuole il business to business

Internet e il maggior grado di informatizzazione stanno rivoluzionando la disciplina della supply chain management, ovvero l’insieme delle attività logistiche e di gestione delle forniture da parte di un’azienda. Con l’e-commerce e le nuove possibilità offerte dal web cambia l’organizzazione verticale della catena della distribuzione, e si creano invece reti d’impresa che affrontano la logistica e la fornitura in chiave strategica. Ottimizzare i flussi materiali delle merci, ma anche quelli immateriali (informazioni) e gestire le singole attività e processi può portare, alla fine, a una maggiore redditività del business, quindi è importante attivare un circolo virtuoso che consenta un coordinamento delle singole attività aziendali, in modo da abbassare i costi.

Nel rilevante settore delle costruzioni, dove gli investimenti ammontano a oltre 145 milioni di euro e rappresentano quasi il 10% degli impieghi del Pil, troviamo un classico esempio di come diverse imprese e competenze tecnologiche provenienti da settori diversi, debbano coesistere in una sorta di rete per raggiungere il migliore obiettivo. In edilizia troviamo aziende che lavorano alla struttura portante degli edifici; ci sono poi le aziende operanti nell’impiantistica, molte delle quali provengono dai nuovi settori dell’efficientamento energetico e della domotica. Non mancano, infine, le aziende che si occupano di finiture. Le aziende appartenenti a questi tre insiemi di imprese, non sono capaci di operare da sole e in loco, così si verificano frequenti casi di preassemblaggio delle strutture, degli impianti e perfino delle finiture. La regia di tutto ciò è, di solito, affidata a un general contractor, che deve gestisce i rapporti con le grandi imprese di componenti industriali (ceramiche, metalli, cemento), le imprese medie e le piccole e specializzate realtà che compiono il loro lavoro direttamente in cantiere.

Ebbene, i costi di supply chain nel settore costruzioni oggi posso subire una razionalizzazione grazie ad internet. Ad esempio si risparmia sui costi di raccolta informazione sui venditori, le transazioni, la comunicazione. Anche i costi di decisone, controllo e contenzioso appaiono inferiori, così il modello organizzativo a rete consente di centrare l’obiettivo della soddisfazione del cliente finale, mantenendo un elevato grado di collaborazione tra le imprese coinvolte per rendere lean (snello) il processo, rispettando il capitale investito. Una più proficua collaborazione nel business to business può, in altre parole, collegare meglio produzione, logistica e marketing; integrare la domanda con la fornitura; pianificare i materiali che verranno usati; ottimizzare gli impianti; gestire al meglio gli ordini; prevedere nel modo più preciso la domanda di un determinato prodotto.

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