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Millennial e Generazione Z: ansia per il proprio futuro, ma voglia di migliorare il mondo

Tanta ansia, ma anche il desiderio di contribuire a realizzare un mondo migliore, con particolare riferimento al climate change. I giovani italiani hanno, come tutti, sofferto degli effetti della pandemia e del lockdown, accumulando stress e preoccupazioni soprattutto in merito alla salute, al lavoro e al Pianeta. Il Millennial Survey di Deloitte Global ha studiato le opinioni di oltre 20mila persone nate tra 1981 e 1996 (i cosiddetti Millennial) e quelle del 1997-2012 (la Gen Z) a gennaio e poi di nuovo ad aprile, dopo lo scoppio della pandemia di Covid. E i cambiamenti nelle risposte, a così pochi mesi di distanza, sono davvero significativi.

Sale il tasso di ansia

La quota di preoccupazione è salita nella seconda rilevazione rispetto alla prima. Ad aprile i Millennial e i Gen Z italiani che si dichiarano ansiosi o in preda allo stress sono aumentati rispettivamente dal 45% al 47% e dal 45% al 48% rispetto a gennaio, quando il Coronavirus pareva ancora un problema che riguardava solo la Cina. Tra le preoccupazioni, cresce l’importanza attribuita alla prevenzione sanitaria e al tema della disoccupazione (dal 31% di gennaio al 37% di aprile), ma restano una priorità anche i cambiamenti climatici, con un lieve calo di interesse (35% ad aprile vs 43% a gennaio). Nelle interviste effettuate prima dell’emergenza sanitaria, infatti, oltre la metà dei giovani coinvolti aveva dichiarato che fosse troppo tardi per rimediare ai danni causati dal climate change. Ad aprile, invece, questa percentuale è scesa, probabilmente perché gli intervistati hanno riscontrato quanti effetti positivi abbia avuto la riduzione delle attività produttive sull’ambiente. L’80% degli intervistati, comunque, crede che governi e imprese debbano mettere in campo sforzi maggiori per salvaguardare l’ambiente e l’84% continuerà ad adottare comportamenti green. Due intervistati su tre ritengono che, nella crisi da Coronavirus, la lotta ai cambiamenti climatici sarà una questione meno prioritaria per governi e imprese. Ancora, tre ragazzi su quattro si dicono più attenti al prossimo, e si dicono motivati a voler esercitare un impatto positivo sulla società.

I cambiamenti a livello personale

La pandemia ha avuto un riverbero anche sulle preoccupazioni riferite alla propria sfera personale. Spaventa soprattutto il lavoro: le opportunità professionali, inizialmente indicate dal 47% del campione, scendono al 45%, mentre sale l’ansia legata alle prospettive finanziarie a lungo termine (dal 41% al 47%) e la preoccupazione per la propria salute, sia mentale sia fisica (dal 33% al 39%). Il benessere della propria famiglia si conferma al secondo posto, con gli stessi valori. Infine, oltre il 60% dei rispondenti vorrebbe continuare a lavorare da remoto e si augura che lo smart working possa divenire una prassi normale.

Scoperte 47 app malevole su Google Play Store

I ricercatori di Avast hanno scoperto una massiccia campagna di HiddenAds, ovvero di pubblicità indesiderata, nascosta in ben 47 applicazioni presenti su Google Play Store, il noto  servizio di distribuzione digitale gestito e sviluppato da Google. Queste applicazioni, che vengono nascoste dietro giochi popolari, sono state scaricate per un totale di 15 milioni di volte. Lo ha comunicato Avast, la società specializzata nella sicurezza informatica, sottolineando che “la campagna usa una famiglia di trojan camuffata dietro popolari giochi online, che in realtà servono solo a visualizzare annunci indesiderati”.

Rubare le informazioni personali e geolocalizzare l’utente stesso

Una volta scaricata l’app, spiegano i ricercatori di Avast, “viene avviato un timer che autorizza l’utente a giocare per un determinato periodo di tempo, finito il quale l’app inizia a mostrare annunci pubblicitari indesiderati, riuscendo anche a rubare le informazioni personali, geolocalizzare l’utente stesso e altro ancora”. Il rilevamento iniziale da parte dei ricercatori di Avast, riporta Askanews, è stato fatto grazie alla comparazione di questa campagna con una precedente dello stesso tipo, sempre presente sul Play Store.

Le app riescono a nascondere la propria icona sul dispositivo

Dopo un’ulteriore analisi tramite apklab.io, la piattaforma mobile per individuare le minacce Android progettata da Avast, i ricercatori sono stati quindi in grado di identificare una più ampia campagna che coinvolge 47 applicazioni. È stato possibile confermare “che si tratta di un’unica campagna di HiddenAds grazie alle recensioni negative sul Play Store – dicono gli esperti di Avast – che confermano che queste app interrompono l’esperienza dell’utente. Riescono inoltre a nascondere la propria icona sul dispositivo e consentono la visualizzazione di annunci esterni”.

L’app può essere disinstallata, ma richiede all’utente di cercare l’origine degli annunci

Un altro fattore identificativo della campagna malevola “è che lo sviluppatore ha sul proprio profilo ufficiale una sola app e un indirizzo email generico. Allo stesso modo, i termini di servizio sono identici tra le app rilevate, probabilmente indicando una campagna organizzata da un unico sviluppatore”. Una volta scoperta, l’app può essere disinstallata “tramite le funzionalità di gestione del dispositivo, ma richiede all’utente di cercare l’origine degli annunci”, spiegano ancora i ricercatori. Per evitare di scaricare applicazioni dannose da Play Store, occorre controllare attentamente le autorizzazioni richieste prima dell’installazione, leggere l’informativa sulla privacy, i termini e le condizioni, verificare le recensioni degli utenti, e scaricare un antivirus sul proprio dispositivo mobile.

Coronavirus, troppa informazione nuoce all’informazione

Oltre alla salute, un altro rischio del Covid-19 è quello legato al sovraccarico di informazioni, il cosiddetto effetto Tmi (Too much information, troppa informazione). Da un rapido esame delle prime pagine dei giornali alle notizie messe in risalto da ogni canale di news,, dai social media, o dai trending topics di Twitter, risulta evidente che la crisi sanitaria attuale sia stata accompagnata da un’inarrestabile marea di informazioni. Tutto, e tutti, ormai parlano di Coronovirus. L’effetto Tmi rischia quindi di diventare un pericoloso eccesso di informazioni, un fenomeno studiato per oltre vent’anni dal Professor David Bawden e dalla Dottoressa Lyn Robinson del Dipartimento di Information Science della City University of London.

Sempre più difficile distinguere fra notizie utili e affidabili e quelle che non lo sono

Il sovraccarico di notizie si verifica quando arrivano troppe informazioni rilevanti, e più in particolare quando esse ci giungono attraverso la lente “uniformante” del browser. Il che rende difficile distinguere le informazioni utili e affidabili da quelle che non lo sono. Questo sovraccarico, inoltre, ci fa sentire sopraffatti e impotenti, causando ansia, stanchezza e immobilismo.

Effetti abbastanza gravi in qualsiasi momento, ma assai pericolosi durante una pandemia, riporta Askanews.

La sindrome always-on è spesso associata al Tmi

Le notifiche push, in particolare sui dispositivi mobili, hanno aumentato la percezione del sovraccarico di informazioni che vengono costantemente imposte all’utente senza bisogno che questi effettui una ricerca.

All’ubiquità dei dispositivi mobili, poi, si è aggiunta la sindrome always-on (sempre connesso), che viene spesso associata al sovraccarico di informazioni.

Il Professor Bawden e la Dottoressa Robinson ritengono però, che in reazione, le persone cerchino, a modo loro, di semplificarsi la vita optando per il sensazionale o addirittura evitando di informarsi del tutto. Pur sapendo che ci si dovrebbe informare presso fonti affidabili, come il Servizio Sanitario Nazionale o il Ministero della Salute, spesso infatti risulta più facile affidarsi alle “bolle” dei social media.

La pericolosa tendenza a individuare il bizzarro e sensazionale Peggio ancora, di fronte a un flusso di informazioni apparentemente infinito, si tende a individuare il bizzarro e sensazionale. Ad esempio, leggere che il coronavirus è stato creato in laboratorio come uno strumento per dominare il mondo, ma che può essere sconfitto bevendo acqua calda, è in un certo senso più attraente che concentrarsi sulle raccomandazioni del Governo di rimanere a casa e di lavarsi regolarmente le mani per evitare il contagio

La dieta mediterranea è la migliore del mondo

La dieta mediterranea vince la sfida tra 35 diverse alternative, e si classifica come migliore dieta al mondo del 2020, davanti alla dash e alla flexariana.

Grazie agli effetti positivi sulla longevità e ai benefici per la salute, tra cui perdita e controllo del peso, salute del cuore e del sistema nervoso, prevenzione del cancro, del diabete e delle malattie croniche, con un punteggio di 4,2 su 5 la dieta mediterranea ottiene il gradino più alto del podio. Un ruolo importante per la salute riconosciuto a un decennio dall’iscrizione nella lista del patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’Unesco, avvenuta il 16 novembre 2010.

Lo rende noto la Coldiretti sulla base del best diets ranking 2020, elaborato dal media statunitense U.S. News & World’s Report’s.

Effetti benefici per la longevità

Il primato generale della dieta mediterranea è stato ottenuto grazie al primo posto in quattro categorie, prevenzione e cura del diabete, mangiare sano, componenti a base vegetale e facilità a seguirla. A contendere la vittoria sono state la dash contro l’ipertensione e la flexariana, un modo flessibile di alimentarsi. Al quarto posto la dieta mind, che previene e riduce il declino cognitivo, e la storica dieta ipocalorica weight watchers. La dieta mediterranea ha inoltre consentito all’Italia di conquistare il record di longevità in Europa, che raggiunge la media di 82,3 anni. Anche grazie agli 14.456 ultracentenari a livello nazionale, riporta anteprima24. L’apprezzamento mondiale per la dieta mediterranea si deve agli studi dello scienziato americano Ancel Keys, il primo ad averne evidenziato gli effetti benefici dopo aver vissuto per oltre 40 anni in provincia di Salerno.

Una risposta ai bollini allarmistici fondati sui componenti nutrizionali

Il nuovo riconoscimento rappresenta anche una risposta ai bollini allarmistici fondati sui componenti nutrizionali che alcuni Paesi stanno applicando su diversi alimenti della dieta mediterranea sulla base dei contenuti in grassi, zuccheri o sale. “Il sistema di etichettatura a semaforo è fuorviante, discriminatorio e incompleto e finisce per escludere paradossalmente dalla dieta alimenti sani e naturali che da secoli sono presenti sulle tavole per favorire prodotti artificiali di cui in alcuni casi non è nota neanche la ricetta – afferma il presidente di Coldiretti Ettore Prandini –. Si rischia di promuovere cibi spazzatura con edulcoranti al posto dello zucchero e di sfavorire elisir di lunga vita come l’olio extravergine di oliva”.

L’equilibrio nutrizionale va ricercato nella varietà dei cibi consumati giornalmente

L’equilibrio nutrizionale va ricercato tra i diversi cibi consumati nella dieta giornaliera e non certo sullo specifico prodotto.

“È importante l’impegno dell’Italia affinché  si introduca un sistema diverso ‘a batteria’ che tenga conto dell’insieme della dieta alimentare non si focalizzi sul singolo prodotto – precisa Prandini –. In questo contesto è giusto non inserire i prodotti a denominazione di origine Dop e Igp per evitare di ingenerare confusioni su prodotti le cui riconosciute caratteristiche spesso provengono da ricette tramandate da secoli”.
 

L’Intelligenza Artificiale ora diventa anche il nostro personal dj

Qualcuno in grado di scegliere per noi la musica in base al nostro umore. È l’intelligenza artificiale, naturalmente, che ora può diventare anche il nostro deejay personale, ovvero capace di scegliere al volo la musica più adatta a noi in base al nostro stato d’animo. Lo dimostrano le playlist create da un algoritmo messo a punto da un gruppo di ricercatori dell’Università del Texas di Austin.

I risultati della ricerca, pubblicati sulla rivista americana Mis Quarterly, hanno già sollevato l’interesse di alcuni servizi di musica in streaming online, tentati dall’idea di poter offrire ai propri utenti servizi sempre più su misura.

Un algoritmo che sceglie le canzoni e le propone in un ordine prestabilito…

In pratica il software deejay è stato addestrato in modo da adattarsi perfettamente allo stato d’animo dell’ascoltatore, che viene riconosciuto dall’algoritmo in base alle sue reazioni ai brani musicali. Grazie a un sistema di apprendimento estremamente rapido l’algoritmo riesce non soltanto a capire quali canzoni potrebbero piacere all’utente in quel determinato momento, ma anche l’ordine esatto con il quale proporle. I brani vengono così organizzati dal software secondo una playlist “intelligente”, proprio come quella che potrebbe ideare un vero deejay in carne e ossa.

… ed è in grado di generare decine di migliaia di possibili sequenze

Ma come funziona il software deejay? Esattamente come un giocatore di scacchi. L’algoritmo infatti riesce a pianificare fino a dieci canzoni per volta. E mentre ne sta suonando una, genera decine di migliaia di possibili sequenze, per poi predire quale potrebbe essere la preferita dall’ascoltatore in quel preciso momento, e in quel determinato contesto. Inoltre, date le sue rapidissime capacità di apprendimento non ha bisogno di macinare quantità di dati storici per conoscere i gusti di ogni diverso utente, ma è in grado di intuirli nel giro di pochi minuti, ricominciando da capo ogni volta che cambia “ascoltatore”.

Nel futuro non solo playlist musicali, ma anche video, notizie e piatti da ordinare

Se non dovremo più nemmeno fare lo sforzo di cercare le canzoni adatte al nostro umore, presto potremmo delegare all’Intelligenza artificiale anche altre scelte. Secondo i ricercatori dell’Università del Texas, riporta una notizia Ansa, in un futuro non troppo lontano questo algoritmo potrà infatti consigliarci anche i video da guardare, le notizie da leggere e perfino i piatti da ordinare.

In pratica, sarà  molto più di un assistente digitale, ma un vero e proprio “cervello” che decide al posto nostro quello che desideriamo ascoltare, vedere, leggere e mangiare.

Allarme Sim Swap Fraud, la truffa che ruba i dati bancari dallo smartphone

Il pericolo sta nelle nostre tasche. Già, perché l’ultima frontiera degli hacker è quella di attaccare proprio lo smartphone, con l’obiettivo di avere accesso a dati sensibili, in particolare quelli bancari. Della serie, non si può mai stare tranquilli: non sono quindi sotto scacco solo pc e tablet, ma anche i nostri inseparabili telefonini che involontariamente diventano la chiave di accesso per il nostro conto corrente. Che, inutile quasi dirlo, rischia di essere svuotato dai malintenzionati. Ma di quale minaccia si parla esattamente? Il fenomeno, iniziato negli Stati Uniti, si chiama Sim Swap Fraud e, come rivela il nome, prende di mira proprio la sim. Ora questo pericolo è sempre più diffuso anche in Italia e i casi si moltiplicano.

Gli indizi dell’attacco

Avete presente quando volete caricare un foto o fare un post e improvvisamente il telefono si scollega dalla rete, rendendo impossibile qualsiasi operazione? Di norma, si pensa che sia un problema legato all’operatore telefonico, ma non sempre è così. Sono gli hacker che si mettono all’opera. La truffa è tutto sommato semplice, anche se dagli effetti gravissimi: quando l’hacker individua la sua vittima, procede all’acquisizione dei suoi dati e delle credenziali di accesso al servizio di home banking tramite la clonazione della scheda telefonica. In poco tempo l’utente riscontra il blackout della propria linea a seguito dell’annullamento della funzionalità.

Attenzione al processo di autenticazione per avere accesso all’home banking

Una volta clonata la sim, i truffatori possono avere accesso al conto e ovviamente utilizzarlo. E la colpa è anche un po’ nostra, perché “il numero di telefono è quasi sempre utilizzato come secondo fattore nel processo di autenticazione in due fasi – spiega Francesco Faenzi, direttore della Digital Trust di Soft Strategy, gruppo specializzato anche in cybersecurity, che ha lanciato l’allarme su questo tipo di frode -, specialmente ora che le banche stanno abbandonando il vecchio sistema delle chiavette dispositive”. I rischi, però, possono essere tenuto sotto controllo con alcune accortezza. “La conferma dell’identità dovrebbe passare attraverso sistemi più incisivi come l’utilizzo dei dati biometrici o di token fisici” aggiunge ancora l’esperto. E’ poi fondamentale “curare particolarmente la sicurezza delle proprie password conservandole mediante l’utilizzo di appositi password manager o dispositivi di sicurezza a due fattori come le chiavi di sicurezza hardware”. Infine, bisogna prestare attenzione al proprio smartphone: quando questo non riesce a connettersi per diversi minuti, conviene fare un controllo con la propria banca. Prevenire è meglio che curare…

Il 37% italiani è convinto che il lavoro sarà automatizzato in 5-10 anni

Rispetto ai colleghi europei i lavoratori italiani sono i più convinti che la propria mansione sarà automatizzata nei prossimi cinque o dieci anni. Circa la metà ritiene che già adesso le imprese fatichino a trovare candidati con competenze adeguate, e che il proprio datore di lavoro abbia una crescente necessità di profili matematico-scientifico-tecnologici. Lo rivela l’ultima edizione del Randstad Workmonitor, l’indagine trimestrale sul mondo del lavoro di Randstad condotta in 34 Paesi del mondo, che evidenzia una diffusa consapevolezza tra i lavoratori europei dell’importanza delle competenze digitali e tecnico-scientifiche e la conoscenza delle materie Stem (Science, Technology, Engineering e Mathematics).

Il 69% degli italiani non è spaventato dall’impatto dell’automazione

Oltre un italiano su tre crede infatti che la propria mansione verrà completamente automatizzata nei prossimi cinque o dieci anni ((37%, +3% rispetto alla media globale), un risultato superiore a qualsiasi altro paese europeo e tre punti sopra la media globale. I segmenti più pessimisti sono le donne (39%) e i dipendenti sotto i 45 anni (38%), mentre questa convinzione è meno diffusa fra uomini (35%) e lavoratori senior (36%). Nonostante questa percezione, il 69% degli italiani, senza distinzioni di genere ed età, non è spaventato dall’impatto dell’automazione e si sente in possesso di tutti gli strumenti necessari a gestire la digitalizzazione del lavoro. Un livello di fiducia che però è ben nove punti sotto la media globale (78%) e che in Europa è inferiore soltanto a Olanda (65%) e Ungheria (57%).

Il 75% dei dipendenti se avesse 18 anni sceglierebbe una carriera in ambito digitale

Il 71% dei dipendenti, poi, consiglierebbe agli studenti di puntare su una facoltà ingegneristica, matematica, scientifica o tecnologica, un suggerimento che in Europa è più frequente soltanto in Polonia (73%), Ungheria (73%), Spagna (78%), Portogallo (83%) e Romania (84%). Non solo, gli stessi lavoratori in quasi tre casi su quattro, se avessero ancora 18 anni, sceglierebbero una carriera in ambito digitale (75% contro il 72% della media globale) o Stem (72%, +6% sulla media generale), riporta Adnkronos.

Le imprese non investono per sviluppare le competenze del personale

Fra i dipendenti è largamente diffusa la sensazione che le imprese non investano a sufficienza per sviluppare le competenze digitali del personale. Lo pensa il 67% del campione (-1% sulla media globale). Solo in Spagna (71%), Grecia (73%), Polonia (73%), Portogallo (78%) e Romania (79%) questa percezione è più frequente. I lavoratori di genere maschile (73%, contro il 61% delle donne) e i più giovani (68%, contro il 66% degli over 45) sono i segmenti più convinti della necessità di aumentare gli investimenti in formazione. Oltre metà del campione ritiene che già adesso le imprese stiano faticando a trovare profili con le giuste competenze, e che in futuro sarà sempre più difficile.

Le soft skill trasversali per trovare lavoro più velocemente

Quali sono le soft skill richieste dalle aziende per entrare più velocemente nel mondo del lavoro? Le prime tre sono essere persistenti, riconoscere i problemi e avere la capacità di lavorare in gruppo, ma tra le altre competenze ritenute importanti, rientrano anche il saper prendere decisioni e risolvere i problemi (26,2%), fornire servizi adeguati ai clienti (23,7%), saper comunicare (22,4%), essere innovativi (21,1%), e conoscere una lingua straniera (5,1%), generalmente l’inglese. Almeno, secondo i risultati dello studio dell’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro dal titolo I fabbisogni professionali delle imprese. L’analisi della domanda di professioni del futuro: hard e soft skill.

Le caratteristiche che incidono sulla busta paga

Lo studio è stato condotto sulla base di dati amministrativi e non campionari, e ha analizzato quali caratteristiche sono ritenute indispensabili dalle imprese nel momento in cui decidono di assumere. E quanto incidono sulla retribuzione dei loro dipendenti. L’aumento in busta paga, ad esempio, è del 25,1% in più relativamente al requisito della persistenza, dell’8,4% sul primo stipendio per l’attitudine a riconoscere problemi, e al 6,3% per la capacità di lavorare in gruppo.

La professioni vincenti e quelle perdenti

Il rapporto redatto dall’Osservatorio si focalizza anche sulla classifica delle professioni vincenti, che dal 2012 al 2017 hanno registrato la maggiore crescita (+1,2 milioni) in valori assoluti del numero degli occupati, e delle prime professioni “perdenti”, spiazzate dall’evoluzione tecnologica o da fenomeni di crisi, che registrano, nello stesso periodo, la maggiore flessione del numero dei lavoratori. La crescita complessiva di 1,2 milioni di occupati nelle 29 professioni vincenti riguarda per una quota del 44% (529mila) quelle altamente qualificate, del 37% (452mila) quelle mediamente qualificate e solo del 19% (226mila) quelle non qualificate, riporta Adnkronos.

Adeguare le competenze alle esigenze delle imprese del futuro

“Il mondo del lavoro italiano è profondamente mutato negli ultimi anni. In questo contesto, i giovani con creatività, pragmatismo e capacità di lavorare in squadra possiedono un qualcosa in più che, se inserito all’interno di un curriculum ‘accattivante’, può fare la differenza offrendo loro maggiori opportunità di lavoro”, spiega Rosario De Luca, presidente della Fondazione studi dei consulenti del lavoro. Nell’epoca della quarta rivoluzione industriale, è indispensabile per i giovani conoscere le abilità che fanno riferimento a personalità e atteggiamenti individuali, necessari per aumentare le probabilità di trovare impiego. La sfida della quarta rivoluzione industriale sarà vinta perciò dai Paesi che sapranno adeguare le competenze delle proprie risorse umane alle nuove esigenze delle imprese del futuro, dominate dalla diffusione dei robot e dell’intelligenza artificiale.

 

In Lombardia il food registra quasi 100 mila ingressi all’anno

Cuochi, camerieri e altre professioni nei servizi turistici, ma anche operai specializzati e conduttori di macchinari nell’industria alimentare: sono oltre 3000 le entrate previste dalle imprese a Milano ad aprile 2019, una su dieci sul totale di tutti i settori, e in un caso su due si tratta di giovani. Se si considerano anche Monza Brianza (530, 11,3% del totale) e Lodi (180, 16,5%), le entrate nel settore del food superano il numero di 4000, mentre nell’intera Lombardia le professioni del food registrano quasi 100 mila ingressi all’anno.

È quanto emerge da un’elaborazione della Camera di commercio sui dati relativi ad aprile 2019 del sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere in collaborazione con Anpal.

Quasi 87 mila dipendenti assunti all’anno, in un caso su due si tratta di giovani

In Lombardia sono quasi 87 mila i dipendenti assunti all’anno dalle imprese, e in un caso su due si tratta di giovani. Le figure più richieste sono i camerieri (oltre 43 mila) e i cuochi (quasi 19 mila), a cui seguono gli addetti alla preparazione, alla cottura e alla distribuzione dei cibi (12 mila) e i baristi (11 mila). Ma ci sono anche gli addetti alla macelleria e pescheria (quasi 3 mila), i pasticceri e gelatai (2 mila), i conduttori di macchinari industriali per la lavorazione dei cereali, dei prodotti da forno e i panettieri e pastai (oltre mille).

Più difficile reperire pasticceri e pastai artigianali, e artigiani del settore caseario

Tra i dipendenti i giovani sono richiesti soprattutto come conduttori di macchinari per la produzione di caffè, tè, cioccolato e per i cereali (oltre il 90%), ma anche come camerieri (54%), pasticceri e gelatai (52%). Di più difficile reperimento i pasticceri e pastai artigianali (63%) e gli artigiani del settore caseario (30%), dove sono preferiti gli uomini (nell’83% dei casi), mentre le donne prevalgono nell’industria per la lavorazione dei cereali, delle spezie e della pasta (90,7%).

Opportunità di lavoro e un indotto in molti settori collegati

“Il settore del food offre importanti opportunità di lavoro nella ristorazione e negli alberghi, con un indotto in molti settori collegati”, dichiara Guido Bardelli, membro di giunta della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi. Si tratta di un settore al centro dell’iniziativa Milano Food City, il fuorisalone dedicato al cibo del 7 e l’8 maggio, pensato anche per valorizzare e promuovere il variegato panorama enogastronomico italiano.

Il progetto è stato promosso dalla Camera di Commercio di Milano Monza Brianza Lodi e da Fiera Milano, ed è stato realizzato in collaborazione con le associazioni di categoria per i settori dei ristoratori e dei produttori nell’alimentare.

Scoperto Exodus, il malware che ha spiato centinaia di italiani

Sono centinaia gli italiani intercettati da Exodus, il software che raccoglie le informazioni degli utenti a loro insaputa. Lo spyware, distribuito sui dispositivi Android, è capace di bypassare i filtri di sicurezza Google: si tratterebbe di un malware governativo sviluppato da un’azienda italiana. “Riteniamo che sia stato sviluppato dalla società eSurv, di Catanzaro, dal 2016”, affermano i ricercatori che lo hanno identificato. Tempo fa la procura di Napoli ha aperto un fascicolo d’indagine: la prima individuazione di Exodus infatti è avvenuta proprio nel capoluogo partenopeo.

Copie dello spyware sono state caricate su Google Play Store

“Abbiamo identificato copie di uno spyware sconosciuto che sono state caricate con successo sul Google Play Store più volte nel corso di oltre due anni – spiegano i ricercatori -. Queste applicazioni sono normalmente rimaste disponibili per mesi”.

Secondo gli esperti, il software spia è stato utilizzato tra il 2016 all’inizio del 2019, e copie dello spyware sono state trovate caricate su Google Play Store, camuffate da applicazioni di servizio di operatori telefonici. Sia le pagine di Google Play Store sia le finte interfacce di queste applicazioni malevole erano in italiano. Google, riporta Ansa, proprietaria di Play Store, il negozio digitale dove si scaricano le app, contattata dai ricercatori ha rimosso le applicazioni, e ha dichiarato che “grazie a modelli di rilevamento avanzati, Google Play Protect sarà ora in grado di rilevare meglio le future varianti di queste applicazioni”.

Due passaggi per raccoglieva dati e informazioni sensibili

Il software spia agiva in due passaggi. Il primo, Exodus One, raccoglieva informazioni base di identificazione del dispositivo infetto, in particolare il codice Imiei, che consente di identificare in maniera unica un telefono e il numero del cellulare. Una volta individuate queste informazioni passava alla fase Exodus Two, nella quale veniva installato un file che raccoglieva dati e informazioni sensibili dell’utente infettato, come la cronologia dei browser, le informazioni del calendario, la geolocalizzazione, i log di Facebook Messenger, le chat di WhatsApp. Secondo le statistiche pubblicamente disponibili, in aggiunta a una conferma di Google, la maggior parte di queste applicazioni hanno raccolto qualche decina di installazioni ciascuna, con un caso che superava le 350 unità. Tutte le vittime si trovano in Italia.

Nel frattempo la società eSurv è sparita da Internet

Nel frattempo la società eSurv sembra sparita da Internet. Se infatti si ricerca sul web la parola “eSurv” compare una pagina con la scritta notfound, e sulla pagina Facebook della società appare la dicitura “questo contenuto non è al momento disponibile”. Il Copasir, il comitato di controllo sui servizi segreti, approfondirà la vicenda, e a quanto si apprende, chiederà al Dis, il dipartimento che coordina l’attività delle agenzie di intelligence, notizie e aggiornamenti. Per il garante della Privacy Antonello Soro, si tratta di “un fatto gravissimo”.

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