AuthorMarco Parrotti

Bonus prima casa, l’emergenza Covid proroga i termini

Fino alla fine del 2020 le agevolazioni fiscali in caso di cambio immobile rientrano nella sospensione degli adempimenti disposta dalla normativa sull’emergenza Covid. Buone notizie quindi per chi ha acquistato una prima casa e non vuole perdere il bonus: sono stati prorogati i termini per il riacquisto di una “seconda prima casa” entro un anno dalla vendita dell’immobile che ha fruito delle condizioni agevolate. In pratica, se la prima casa viene ceduta nei primi cinque anni dalla data di acquisto scatta la decadenza dai benefici, a meno che non si ricompri, appunto entro un anno dalla rivendita, un’altro immobile, purché anch’esso dotato dei requisiti prima casa. Lo ha chiarito l’Agenzia delle Entrate, stabilendo che la sospensione consente di posticipare la vendita del precedente immobile, o il riacquisto del successivo, al 2021 senza perdere le agevolazioni.

Le agevolazioni per l’acquisto

L’acquisto della prima casa, da destinare ad abitazione principale, gode di particolari agevolazioni dal punto di vista fiscale, riporta Adnkronos. Grazie all’abbattimento delle imposte si ottiene infatti un bonus di importo notevole, che consente di risparmiare migliaia di euro. Per chi acquista da un privato o da un’impresa in esenzione Iva, l’imposta di registro è stabilita al 2% (anziché all’ordinario 9%) e le imposte ipotecarie e catastali sono fissate a 50 euro ciascuna anziché proporzionali al valore. Se invece si acquista da un costruttore l’Iva è del 4% invece del normale 10% e le imposte di registro e ipocatastali sono pari a 200 euro ciascuna.

I requisiti per avere il bonus

L’immobile non deve essere di lusso e deve trovarsi nel Comune dove l’acquirente ha già la propria residenza, oppure la fisserà entro i 18 mesi successivi all’acquisto. Inoltre, l’acquirente non deve possedere altri immobili in Italia per i quali ha già ottenuto in passato le agevolazioni prima casa.

Ma esiste una possibilità per eludere questa condizione: le agevolazioni sono nuovamente ammesse quando si vende la prima casa che ne aveva già beneficiato entro il termine di un anno dall’avvenuto acquisto della nuova. Vale sempre il requisito della fissazione della propria residenza in questa nuova abitazione.

La decadenza dalle agevolazioni

Una volta ottenute le agevolazioni, se i requisiti vengono meno l’Agenzia delle Entrate constaterà la decadenza dai benefici ottenuti e recupererà le imposte dovute applicando una sanzione pari al 30% sulla differenza tra quanto pagato con le agevolazioni e quanto calcolato in base al regime di tassazione ordinario sulle compravendite immobiliari. C’è poi il caso di chi acquista un nuovo immobile adibito a sua nuova prima casa senza vendere entro un anno quello precedente che aveva già beneficiato delle agevolazioni: anche per lui scatterà la decadenza. Ed è proprio questo il caso su cui incide la nuova normativa emergenziale, oggetto dei chiarimenti forniti dall’Agenzia delle Entrate. Con il Decreto Liquidità i termini sono stati sospesi nel periodo compreso tra il 23 febbraio 2020 e il 31 dicembre 2020. Durante questo periodo, pertanto, essi non decorrono e riprenderanno a partire dal 1° gennaio 2021.

Millennial e Generazione Z: ansia per il proprio futuro, ma voglia di migliorare il mondo

Tanta ansia, ma anche il desiderio di contribuire a realizzare un mondo migliore, con particolare riferimento al climate change. I giovani italiani hanno, come tutti, sofferto degli effetti della pandemia e del lockdown, accumulando stress e preoccupazioni soprattutto in merito alla salute, al lavoro e al Pianeta. Il Millennial Survey di Deloitte Global ha studiato le opinioni di oltre 20mila persone nate tra 1981 e 1996 (i cosiddetti Millennial) e quelle del 1997-2012 (la Gen Z) a gennaio e poi di nuovo ad aprile, dopo lo scoppio della pandemia di Covid. E i cambiamenti nelle risposte, a così pochi mesi di distanza, sono davvero significativi.

Sale il tasso di ansia

La quota di preoccupazione è salita nella seconda rilevazione rispetto alla prima. Ad aprile i Millennial e i Gen Z italiani che si dichiarano ansiosi o in preda allo stress sono aumentati rispettivamente dal 45% al 47% e dal 45% al 48% rispetto a gennaio, quando il Coronavirus pareva ancora un problema che riguardava solo la Cina. Tra le preoccupazioni, cresce l’importanza attribuita alla prevenzione sanitaria e al tema della disoccupazione (dal 31% di gennaio al 37% di aprile), ma restano una priorità anche i cambiamenti climatici, con un lieve calo di interesse (35% ad aprile vs 43% a gennaio). Nelle interviste effettuate prima dell’emergenza sanitaria, infatti, oltre la metà dei giovani coinvolti aveva dichiarato che fosse troppo tardi per rimediare ai danni causati dal climate change. Ad aprile, invece, questa percentuale è scesa, probabilmente perché gli intervistati hanno riscontrato quanti effetti positivi abbia avuto la riduzione delle attività produttive sull’ambiente. L’80% degli intervistati, comunque, crede che governi e imprese debbano mettere in campo sforzi maggiori per salvaguardare l’ambiente e l’84% continuerà ad adottare comportamenti green. Due intervistati su tre ritengono che, nella crisi da Coronavirus, la lotta ai cambiamenti climatici sarà una questione meno prioritaria per governi e imprese. Ancora, tre ragazzi su quattro si dicono più attenti al prossimo, e si dicono motivati a voler esercitare un impatto positivo sulla società.

I cambiamenti a livello personale

La pandemia ha avuto un riverbero anche sulle preoccupazioni riferite alla propria sfera personale. Spaventa soprattutto il lavoro: le opportunità professionali, inizialmente indicate dal 47% del campione, scendono al 45%, mentre sale l’ansia legata alle prospettive finanziarie a lungo termine (dal 41% al 47%) e la preoccupazione per la propria salute, sia mentale sia fisica (dal 33% al 39%). Il benessere della propria famiglia si conferma al secondo posto, con gli stessi valori. Infine, oltre il 60% dei rispondenti vorrebbe continuare a lavorare da remoto e si augura che lo smart working possa divenire una prassi normale.

Scoperte 47 app malevole su Google Play Store

I ricercatori di Avast hanno scoperto una massiccia campagna di HiddenAds, ovvero di pubblicità indesiderata, nascosta in ben 47 applicazioni presenti su Google Play Store, il noto  servizio di distribuzione digitale gestito e sviluppato da Google. Queste applicazioni, che vengono nascoste dietro giochi popolari, sono state scaricate per un totale di 15 milioni di volte. Lo ha comunicato Avast, la società specializzata nella sicurezza informatica, sottolineando che “la campagna usa una famiglia di trojan camuffata dietro popolari giochi online, che in realtà servono solo a visualizzare annunci indesiderati”.

Rubare le informazioni personali e geolocalizzare l’utente stesso

Una volta scaricata l’app, spiegano i ricercatori di Avast, “viene avviato un timer che autorizza l’utente a giocare per un determinato periodo di tempo, finito il quale l’app inizia a mostrare annunci pubblicitari indesiderati, riuscendo anche a rubare le informazioni personali, geolocalizzare l’utente stesso e altro ancora”. Il rilevamento iniziale da parte dei ricercatori di Avast, riporta Askanews, è stato fatto grazie alla comparazione di questa campagna con una precedente dello stesso tipo, sempre presente sul Play Store.

Le app riescono a nascondere la propria icona sul dispositivo

Dopo un’ulteriore analisi tramite apklab.io, la piattaforma mobile per individuare le minacce Android progettata da Avast, i ricercatori sono stati quindi in grado di identificare una più ampia campagna che coinvolge 47 applicazioni. È stato possibile confermare “che si tratta di un’unica campagna di HiddenAds grazie alle recensioni negative sul Play Store – dicono gli esperti di Avast – che confermano che queste app interrompono l’esperienza dell’utente. Riescono inoltre a nascondere la propria icona sul dispositivo e consentono la visualizzazione di annunci esterni”.

L’app può essere disinstallata, ma richiede all’utente di cercare l’origine degli annunci

Un altro fattore identificativo della campagna malevola “è che lo sviluppatore ha sul proprio profilo ufficiale una sola app e un indirizzo email generico. Allo stesso modo, i termini di servizio sono identici tra le app rilevate, probabilmente indicando una campagna organizzata da un unico sviluppatore”. Una volta scoperta, l’app può essere disinstallata “tramite le funzionalità di gestione del dispositivo, ma richiede all’utente di cercare l’origine degli annunci”, spiegano ancora i ricercatori. Per evitare di scaricare applicazioni dannose da Play Store, occorre controllare attentamente le autorizzazioni richieste prima dell’installazione, leggere l’informativa sulla privacy, i termini e le condizioni, verificare le recensioni degli utenti, e scaricare un antivirus sul proprio dispositivo mobile.

Ad aprile vendite al dettaglio in calo. Cresce ancora l’e-commerce

Dai dati stimati dall’Istat emerge che ad aprile rispetto a marzo le vendite al dettaglio subiscono una diminuzione del 10,5% in valore e dell’11,4% in volume.

Come per il mese precedente, a determinare il forte calo sono le vendite dei beni non alimentari, che diminuiscono del 24,0% in valore e del 24,5% in volume, mentre quelle dei beni alimentari aumentano in valore (+0,6%) e sono in diminuzione in volume (-0,4%). Su base tendenziale, invece, nel mese si registra una diminuzione delle vendite del 26,3% in valore e del 28,1% in volume. Se ad aprile si osserva un’ulteriore diminuzione congiunturale delle vendite di beni non alimentari (-24,0%) dovuta alla chiusura di molte attività a causa dell’emergenza sanitaria, il commercio elettronico è l’unica forma di vendita in crescita, che mostra un’accelerazione

anche nel trimestre febbraio-aprile, che fa segnare un aumento del +27,1%.

Calzature, articoli in cuoio e da viaggio scendono del 90,6%

E sono ancora le vendite dei beni non alimentari, evidenzia l’istituto di statistica, a calare sensibilmente (-52,2% in valore e -52,5% in volume), mentre crescono quelle dei beni alimentari (+6,1% in valore e +2,9% in volume). Più in dettaglio, si registrano variazioni tendenziali negative per tutti i gruppi di prodotti. Le diminuzioni maggiori riguardano però calzature, articoli in cuoio e da viaggio (-90,6%), mobili, articoli tessili e arredamento (-83,6%), abbigliamento e pellicceria (-83,4%) e giochi, giocattoli, sport e campeggio (-82,5%), mentre il calo minore si registra per i prodotti farmaceutici (-3,5%).

Diminuzione anche a livello trimestrale

Rispetto ad aprile 2019, il valore delle vendite al dettaglio diminuisce del 16,4% per la grande distribuzione e del 37,1% per le imprese operanti su piccole superfici, e le vendite al di fuori dei negozi calano del 45,2%.

Nel trimestre febbraio-aprile 2020, continua l’istituto di statistica, le vendite al dettaglio registrano un calo del 15,8% in valore e del 16,6% in volume rispetto al trimestre precedente. Diminuiscono le vendite dei beni non alimentari (-29,9% in valore e -30,1% in volume), mentre le vendite dei beni alimentari mostrano variazioni positive (rispettivamente +3,1% in valore e +2,4% in volume), riporta Adnkronos.

Su base annua crescono la Gdo e i piccoli esercizi

Su base annua però le vendite del comparto alimentare crescono sia nella grande distribuzione (+6,9%), sia nelle imprese operanti su piccole superfici (+11,2%), mentre le vendite dei beni non alimentari diminuiscono in misura consistente (rispettivamente -62,2% e -51,5%). Nella grande distribuzione cresce il divario tra gli esercizi specializzati (-76,8%), maggiormente colpiti dalla chiusura imposta dalle misure di isolamento, e gli esercizi non specializzati (-1,5%), rimasti per lo più aperti.

Il lockdown dimezza i consumi ad aprile (-47,6%) e a maggio fa crollare il Pil

Una domanda quasi azzerata nei settori del turismo, ristorazione, automotive e intrattenimento. Questi gli effetti del lockdown sull’economia italiana in soli due mesi, e il peso della burocrazia e l’incognita sui provvedimenti governativi alimentano l’incertezza.  Con l’inizio della Fase 2, dal 18 maggio hanno potuto riaprire circa 800 mila imprese, ma il blocco completo di aprile ha determinato conseguenze che il sistema economico italiano non ha mai sperimentato dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Secondo Confcommercio, dopo la flessione del 30,1% del mese di marzo ad aprile 2020 i consumi sono crollati del 47,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Pochissimi i segmenti che sono riusciti a registrare un segno positivo, tra questi l’alimentazione domestica, le comunicazioni e l’energia. Ma per molti altri, soprattutto quelli legati alle attività complementari alla fruizione del tempo libero, la domanda è stata praticamente nulla.

La ripartenza si presenta ancora densa di difficoltà

Sembrano cifre quasi inverosimili, ma che testimoniano gli effetti derivanti dalla sospensione, non solo di gran parte delle attività produttive, ma anche di quelle sociali e relazionali dirette. E la ripartenza, iniziata già dopo Pasqua e in via di rafforzamento nella prima settimana di maggio, come risulta dai consumi giornalieri di energia elettrica e dalle percorrenze dei veicoli leggeri, si presenta ancora densa di difficoltà. La questione più grave è la concentrazione delle perdite su pochi importanti settori, come il turismo e l’intrattenimento, quelli più soggetti a forme di distanziamento e rigidi protocolli di sicurezza, ma anche la mobilità e l’abbigliamento.

Pil a -16% rispetto al 2019

Pertanto, lamenta Confcommercio, la fine del lockdown non sarà uguale per tutti. Ma soprattutto, dopo la riapertura si avvertiranno anche dolorosi effetti su reddito e ricchezza, che presumibilmente si protrarranno ben oltre l’anno in corso. Anche per queste ragioni, segnala Confcommercio, il rimbalzo congiunturale del 10,5% del Pil, stimato per il mese di maggio, appare modesto se confrontato alle cadute di marzo e aprile, e nel confronto annuo, la riduzione è ancora del 16%.

Una realtà fragile e profondamente deteriorata

Secondo l’associazione non basteranno, quindi, gli ulteriori recuperi di attività attesi da giugno in poi per cambiare significativamente la rappresentazione statistica di una realtà fragile e profondamente deteriorata.

Una realtà in cui l’eccesso di burocrazia, male endemico di cui soffre il nostro Paese, ha presentato il suo conto anche durante la pandemia, e nella quale anche l’efficacia dei provvedimenti messi in cantiere dalle autorità nazionali e internazionali rimane un’ulteriore incognita.

Coronavirus, troppa informazione nuoce all’informazione

Oltre alla salute, un altro rischio del Covid-19 è quello legato al sovraccarico di informazioni, il cosiddetto effetto Tmi (Too much information, troppa informazione). Da un rapido esame delle prime pagine dei giornali alle notizie messe in risalto da ogni canale di news,, dai social media, o dai trending topics di Twitter, risulta evidente che la crisi sanitaria attuale sia stata accompagnata da un’inarrestabile marea di informazioni. Tutto, e tutti, ormai parlano di Coronovirus. L’effetto Tmi rischia quindi di diventare un pericoloso eccesso di informazioni, un fenomeno studiato per oltre vent’anni dal Professor David Bawden e dalla Dottoressa Lyn Robinson del Dipartimento di Information Science della City University of London.

Sempre più difficile distinguere fra notizie utili e affidabili e quelle che non lo sono

Il sovraccarico di notizie si verifica quando arrivano troppe informazioni rilevanti, e più in particolare quando esse ci giungono attraverso la lente “uniformante” del browser. Il che rende difficile distinguere le informazioni utili e affidabili da quelle che non lo sono. Questo sovraccarico, inoltre, ci fa sentire sopraffatti e impotenti, causando ansia, stanchezza e immobilismo.

Effetti abbastanza gravi in qualsiasi momento, ma assai pericolosi durante una pandemia, riporta Askanews.

La sindrome always-on è spesso associata al Tmi

Le notifiche push, in particolare sui dispositivi mobili, hanno aumentato la percezione del sovraccarico di informazioni che vengono costantemente imposte all’utente senza bisogno che questi effettui una ricerca.

All’ubiquità dei dispositivi mobili, poi, si è aggiunta la sindrome always-on (sempre connesso), che viene spesso associata al sovraccarico di informazioni.

Il Professor Bawden e la Dottoressa Robinson ritengono però, che in reazione, le persone cerchino, a modo loro, di semplificarsi la vita optando per il sensazionale o addirittura evitando di informarsi del tutto. Pur sapendo che ci si dovrebbe informare presso fonti affidabili, come il Servizio Sanitario Nazionale o il Ministero della Salute, spesso infatti risulta più facile affidarsi alle “bolle” dei social media.

La pericolosa tendenza a individuare il bizzarro e sensazionale Peggio ancora, di fronte a un flusso di informazioni apparentemente infinito, si tende a individuare il bizzarro e sensazionale. Ad esempio, leggere che il coronavirus è stato creato in laboratorio come uno strumento per dominare il mondo, ma che può essere sconfitto bevendo acqua calda, è in un certo senso più attraente che concentrarsi sulle raccomandazioni del Governo di rimanere a casa e di lavarsi regolarmente le mani per evitare il contagio

Nel 2019 continua la corsa al lavoro a tempo indeterminato

In un anno sono quadruplicati gli avviamenti dei contratti a tempo indeterminato. Aumentano i contratti ai lavoratori sotto i 30 anni, e cresce il numero di quelli alle donne, soprattutto over 50, mentre diminuiscono sensibilmente gli avviamenti per gli uomini over 50. È questo il quadro sul mercato del lavoro che emerge dal Report 2019 di Umana, l’agenzia per il lavoro italiana, che ha confrontato i dati del 2019 con quelli dell’anno precedente, rapportandoli anche con quelli generali del quinquennio 2015-19.

Una tendenza di crescita già in corso e registrata da tempo

Dai dati del Report 2019 emerge l’aumento dei contratti a tempo indeterminato (o staff leasing), per i quali il 2019 registra un significativo +408% sul 2018. Analizzando i dati riferiti all’ultimo triennio sui tempi indeterminati emerge inoltre che circa il 47,5% sono riferiti ad under 30, il 41,2% nella fascia media di età , e l’11,3% riguardano gli over 50. Se sul piano formale questi numeri devono necessariamente essere letti anche attraverso la lente del cosiddetto decreto Dignità del 2018, che ha impresso una spinta a questo strumento, nella sostanza avallano una tendenza di crescita già in corso e registrata da tempo.

Under 30, +1,74% per gli avviamenti al lavoro

L’evidenza riguarda soprattutto il trend positivo (+1,74%) degli avviamenti al lavoro dei dipendenti under 30, il 47,05% di tutti gli avviamenti operati da Umana nel 2019. Ed è proprio sulla fascia under 30 che Umana ha curato la sperimentazione e il consolidamento delle competenze, delle capacità di prestazione lavorativa, delle modalità di relazione nel mondo del lavoro, utili nel percorso graduale verso l’acquisizione dell’identità di lavoratore adulto.

Tra gli under 30 avviati al lavoro nel 2019, oltre al dato del 18,34% di 25-29enni e del 24,38% di 20-24enni, spicca poi il 4,33% dei giovanissimi, con meno di 20 anni. Una percentuale che ha registrato una crescita significativa negli ultimi anni grazie alla collaborazione con le scuole di secondo grado del territorio nazionale, i progetti di Alternanza scuola-lavoro, e soprattutto l’impegno sul fronte degli Its, gli Istituti tecnici superiori.

Avviamenti donne over 50 +3,4% rispetto agli uomini

Un altro dato significativo riguarda l’aumento degli avviamenti al lavoro delle donne, passato dal rapporto 1 a 3 donna/uomo a metà anni ’10 all’attuale rapporto di circa 1 a 2. Sebbene l’aumento del numero di donne su base annua riferito a tutte le fasce di età sia dello 0,53%, incide in modo preponderante quello nella fascia donne over 50. Gli avviamenti di donne over 50 hanno infatti superato per il 3,4% quelli degli uomini appartenenti alla stessa fascia demografica. L’aumento degli avviamenti delle donne over 50, però, è anche un riflesso della crescita dei servizi alle persone e alle famiglie. In tali servizi è infatti impiegato oltre il 10% di tutta popolazione femminile ultracinquantenne avviata alle attività di qualificazione professionale.

Lotteria degli scontrini, vantaggi non solo per i consumatori

Dal 1° luglio 2020 lo scontrino diventa un vero e proprio biglietto digitale della lotteria. Se per noi si tratta di una new entry, in altri Paesi la lotteria degli scontrini, introdotta in Italia con il decreto fiscale collegato alla Legge di Bilancio 2020, è una prassi più che consolidata. Come a Taiwan, dove è stata adottata addirittura negli anni ’50, o a Malta, in cui è attiva dagli anni ’90. O, ancora, in Portogallo, dove ha prodotto il raddoppio degli scontrini emessi dai negozianti già durante i primi 2 anni. Una vera e propria novità, insomma, che conviene non solo ai consumatori, ma anche agli esercenti.

La spesa minima per partecipare alle estrazioni è di 1 euro

In pratica non si tratta che di un’estrazione al Superenalotto, con la differenza che non serve acquistare un biglietto o giocare una schedina. Ogni euro speso in negozio, o per l’acquisto di servizi, dà infatti diritto a 10 ticket elettronici. La spesa minima per partecipare alle estrazioni è di 1 euro, riporta Adnkronos. Ma le possibilità di vincere aumentano se si sceglie di pagare con carta di credito o bancomat, come Nexi o Mastecard. Pagare cashless dà infatti diritto al 20% di ticket aggiuntivi rispetto alla reale spesa, e le estrazioni al mese saranno tre.

Si vincono fino a 48 milioni di euro

Al primo classificato va un premio da 50.000 euro, al secondo un premio da 30.000 euro e al terzo classificato un premio da 10.000 euro. L’importo del super premio finale annuale è di 1 milione di euro, analogo alle altre lotterie nazionali. Il premio finale verrà assegnato durante la maxi-estrazione del 2020, a cui parteciperanno tutti gli scontrini validi emessi durante l’anno. Il montepremi annuale è di 48 milioni di euro. Ovviamente i vantaggi sono anche per gli esercenti, poiché alla vincita di un consumatore corrisponde un premio anche per il negoziante. E in più, tutti i premi vinti saranno esentasse.

Il codice lotteria è associato al proprio codice fiscale

Dal 1° luglio 2020 basta quindi andare sul Portale Lotteria Scontrini dell’Agenzia delle Dogane e Monopoli, e farsi rilasciare un codice lotteria associato al proprio codice fiscale. Si tratta di un semplice Qr code, o di un codice a barre, da mostrare al commerciante, anche dal proprio telefonino, per tutti gli acquisti superiori a un euro. Una volta completati gli acquisti in un negozio si consegna al commerciante il proprio codice lotteria, che verrà poi stampato sullo scontrino commerciale. Il biglietto per la lotteria sarà proprio questo scontrino elettronico, trasmesso dal negoziante all’Agenzia delle Entrate. Sarà poi quest’ultima a dare comunicazione all’Agenzia delle Dogane e Monopoli, insieme alle informazioni necessarie per l’estrazione, come previsto dalla legge.

La dieta mediterranea è la migliore del mondo

La dieta mediterranea vince la sfida tra 35 diverse alternative, e si classifica come migliore dieta al mondo del 2020, davanti alla dash e alla flexariana.

Grazie agli effetti positivi sulla longevità e ai benefici per la salute, tra cui perdita e controllo del peso, salute del cuore e del sistema nervoso, prevenzione del cancro, del diabete e delle malattie croniche, con un punteggio di 4,2 su 5 la dieta mediterranea ottiene il gradino più alto del podio. Un ruolo importante per la salute riconosciuto a un decennio dall’iscrizione nella lista del patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’Unesco, avvenuta il 16 novembre 2010.

Lo rende noto la Coldiretti sulla base del best diets ranking 2020, elaborato dal media statunitense U.S. News & World’s Report’s.

Effetti benefici per la longevità

Il primato generale della dieta mediterranea è stato ottenuto grazie al primo posto in quattro categorie, prevenzione e cura del diabete, mangiare sano, componenti a base vegetale e facilità a seguirla. A contendere la vittoria sono state la dash contro l’ipertensione e la flexariana, un modo flessibile di alimentarsi. Al quarto posto la dieta mind, che previene e riduce il declino cognitivo, e la storica dieta ipocalorica weight watchers. La dieta mediterranea ha inoltre consentito all’Italia di conquistare il record di longevità in Europa, che raggiunge la media di 82,3 anni. Anche grazie agli 14.456 ultracentenari a livello nazionale, riporta anteprima24. L’apprezzamento mondiale per la dieta mediterranea si deve agli studi dello scienziato americano Ancel Keys, il primo ad averne evidenziato gli effetti benefici dopo aver vissuto per oltre 40 anni in provincia di Salerno.

Una risposta ai bollini allarmistici fondati sui componenti nutrizionali

Il nuovo riconoscimento rappresenta anche una risposta ai bollini allarmistici fondati sui componenti nutrizionali che alcuni Paesi stanno applicando su diversi alimenti della dieta mediterranea sulla base dei contenuti in grassi, zuccheri o sale. “Il sistema di etichettatura a semaforo è fuorviante, discriminatorio e incompleto e finisce per escludere paradossalmente dalla dieta alimenti sani e naturali che da secoli sono presenti sulle tavole per favorire prodotti artificiali di cui in alcuni casi non è nota neanche la ricetta – afferma il presidente di Coldiretti Ettore Prandini –. Si rischia di promuovere cibi spazzatura con edulcoranti al posto dello zucchero e di sfavorire elisir di lunga vita come l’olio extravergine di oliva”.

L’equilibrio nutrizionale va ricercato nella varietà dei cibi consumati giornalmente

L’equilibrio nutrizionale va ricercato tra i diversi cibi consumati nella dieta giornaliera e non certo sullo specifico prodotto.

“È importante l’impegno dell’Italia affinché  si introduca un sistema diverso ‘a batteria’ che tenga conto dell’insieme della dieta alimentare non si focalizzi sul singolo prodotto – precisa Prandini –. In questo contesto è giusto non inserire i prodotti a denominazione di origine Dop e Igp per evitare di ingenerare confusioni su prodotti le cui riconosciute caratteristiche spesso provengono da ricette tramandate da secoli”.
 

Trovare lavoro: quando la selezione dei curricula la fa un sistema digitale

Hai voglia a mandare curricula vitae per cercare un posto di lavoro, contando che a sfogliarli ci sarà un esperto di risorse umane in carne ed ossa. Occorre cambiare un po’ la propria prospettiva, perché nella realtà non è esattamente così. Sono infatti sempre di più le aziende che si affidano a dei sistemi automatici per la preselezione dei curricula, per scremare velocemente i candidati. Alla domanda, più che legittima, del perché le aziende si affidino a dei selezionatori automatici risponde l’head hunter di Milano Carola Adami, amministratore delegato della società di head hunting Adami & Associati.”Va sottolineato prima di tutto che questi software vengono usati solamente nella fase preliminare, per eliminare tutte le candidature che non presentano i requisiti minimi indicati nell’annuncio di lavoro” spiega l’esperta, che aggiunge che “le aziende utilizzano questi programmi per fare fronte alle decine o centinaia di curricula che arrivano tutti i giorni. Per avere la certezza di non cestinare dei curriculum senza leggerli, dunque, si rende indispensabile dotarsi di un aiuto digitale”.

Come si scrive il curriculum che sarà “letto” da un software

Scrivere un curriculum per un recruiter umano o per un software non è esattamente la stessa cosa e richiede ovviamente degli accorgimenti. Senza ombra di dubbio i software in questione sono estremamente utili per velocizzare la selezione e per destinare il tempo e le energie delle risorse interne ad altre attività. Non si può però trascurare il fatto che, talvolta, questi algoritmi si rivelano poco precisi, finendo per scartare dei curricula assolutamente validi. “I programmi per la scrematura dei curriculum sono certamente migliorati negli ultimi anni, ma ancora oggi gli algoritmi utilizzati si lasciano scappare dei candidati interessanti. Il problema, in questi casi sta nella costruzione stessa del curriculum vitae, che non risulta chiaro agli occhi del programma di selezione, che di conseguenza finisce per scartare il candidato”. Cosa possono fare dunque le persone alla ricerca di un nuovo lavoro che vogliono essere certe di superare la preselezione effettuata dai software? “Il curriculum vitae deve sempre essere chiaro, ben strutturato e senza errori di sorta; nel caso dei CV che verranno scansionati dai software questi requisiti sono doppiamente importanti” sottolinea Carola Adami. Quindi, per non farsi scartare dall’algoritmo incaricato di scremare le candidature, si rende necessario per esempio ‘ottimizzare’ il curriculum vitae per specifiche parole chiave. È dunque importante individuare i termini utilizzati nell’annuncio di lavoro e riportarli nel proprio CV, così da avere la certezza che il software sia in grado di riconoscerli.

Attenzione al formato

Un altro elemento importante è la scelta del giusto formato: alcuni programmi per la scrematura dei curriculum, per esempio, non accettano file in PDF, in HTML o nei formati di salvataggio di Open Office e Apple Pages. Meglio quindi andare sul sicuro, inviando dei CV in formato doc o txt.  E ancora, per non confondere l’algoritmo è bene ridurre immagini, grafici e tabelle al minimo. Infine, per aiutare il software a collocare correttamente il proprio curriculum vitae, è necessario spiegare in modo chiaro, diretto ed esaustivo le proprie mansioni passate.

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